Le generalizzazioni più brillanti, quelle che raccontano qualcosa del mondo da una prospettiva inattesa, si formano quando lo sguardo che coglie il dettaglio si armonizza con l'analisi di ampio respiro, con la visione d'insieme. Homo sapiens è un prodotto recente dell'evoluzione, non più vecchio di due o trecentomila anni. Un tempo immenso, quasi fantastico, nell'era del digitale e dell'AI. Eppure la rapidità smodata che viviamo oggi, in cui il "presente" diventa "superato" nel giro di qualche mese, è un fenomeno che ha meno di un secolo. Per passare dalla caccia all'aratro, abbiamo impiegato quasi duecentomila anni. Poi circa diecimila perché la rivoluzione industriale portasse all'imporsi della fabbrica. Da lì, in soli duecento anni e a passi sempre più spediti, la forza bruta delle prime macchine si è trasformata nella super-intelligenza dei computer con cui conviviamo ogni giorno. Tre passaggi, quattro ere via via più brevi, in cui la popolazione e il sapere sono cresciuti a un ritmo incalzante. Ma qual è il limite? Quando dobbiamo aspettarci il prossimo salto? Se ogni cambio di civiltà - da cacciatrice ad agricola, a industriale, fino all'informatica - è stato segnato da momenti di violenza, l'attuale quadro geopolitico ci suggerisce che potremmo esserci molto vicino. La fine dell'uomo sapiens (che include un'illuminante intervista dell'autore con Konrad Lorenz, premio Nobel e padre dell'etologia), ricostruisce la storia della nostra specie e ci proietta nel futuro, alla ricerca di ciò che saremo.