La notte del 6 aprile 2009 un violento terremoto ferì L’Aquila e la terra abruzzese. Il bilancio fu di oltre 300 vittime, 1.600 feriti e miliardi di euro di danni, ma lo squarcio più profondo si aprì nel cuore di tanti uomini e donne, colpiti negli affetti e nei beni più cari.
Pochi mesi dopo, papa Benedetto XVI inviò come vescovo ausiliare nel capoluogo abruzzese Giovanni D’Ercole, uomo di comunicazione, volto noto al pubblico di Rai Due, che da anni segue numeroso la conduzione del programma Sulla via di Damasco.
In quel frangente, monsignor D’Ercole si rivelò anche un vero uomo d’azione. E quando, a oltre un anno di distanza dal terremoto, colse le lamentele della gente per le macerie non ancora rimosse, non ci pensò un attimo: si rimboccò le maniche e imbracciando una pala cominciò a darsi da fare. Ai credenti e non credenti della diocesi aquilana spiegò che questo è il compito della Chiesa: spendersi affinché gli uomini possano sentirla presente, attenta ai bisogni e capace di infondere coraggio.
Nel racconto di quei giorni drammatici, intrecciato alla propria esperienza di uomo e di pastore, D’Ercole scorge nel terremoto dell’Aquila una metafora del disfacimento spirituale e morale della società italiana e si sente impegnato da credente ad annunciare che si può credere nella speranza, sempre.