L’incontro con Sara, la voce narrante de La signora dell’acqua, è iniziato con l’immagine di lei, ormai vecchia, che gira di stanza in stanza nella casa di famiglia. La vedevo tremare mentre riconosceva il rumore dell’acqua che scorre sotto le fondamenta. La vedevo sussultare mentre percepiva le voci di chi aveva abitato le numerose stanze.
Le immagini successive mi restituivano lei che riempiva valigie e si metteva in viaggio. Si allontanava dalla casa bianca, si allontanava dall’acqua, si allontanava da sé. È stato allora che ho capito la storia che Sara mi consegnava. Era la storia di chi fa i conti con la propria natura, perché fatica a riconoscerla, perché non l’accetta, perché la rifiuta. È la storia di chi scopre il proprio dono e con questo dono si scontra.
Accettare chi siamo è il primo atto d’amore verso noi stessi, ecco cosa mi raccontava Sara. Che era costretta a tornare indietro... nella casa in cui era nata per salvarla dall’esproprio. Ed era perciò costretta a prendersi cura della propria storia insieme al proprio dono. E mentre si conciliava con il passato, il presente le imponeva di conciliarsi con la figlia, di trovare un linguaggio nuovo con cui madre e figlia si sarebbero confrontate e avrebbero mutato la loro relazione da conflittuale a complice.
Sara ha il dono che era di mio nonno: sentire l’acqua che scorre nelle profondità della terra. E conoscere lei è stato anche riconoscere come l’acqua sia la metafora della nostra memoria, che ha il procedere della risacca. Va avanti per poi tornare indietro, quindi riprendere in un tempo ancora più antico, per ripartire ancora più avanti.
Sara mi ha anche indicato i grandi simboli che l’acqua rappresenta. La pazienza, ma soprattutto la gentilezza che vince sulla durezza. La duttilità, la capacità di farcela, nonostante gli ostacoli. Farcela perché l‘acqua li supera o li aggira, mai si ferma. È il simbolo della vita stessa: lo scorrere che è fluire del tempo, ma scorrere che è anche un mutare del nostro essere e un rimanere sempre identici alla nostra umanità più profonda.