Paolo Cortesi è un autore erudito, bizzarro, eccentrico, amante dei pastiches letterari. Paolo è nato nel secolo sbagliato: avrebbe dovuto appartenere al secondo Ottocento, all’epoca degli Imbriani e dei Dossi, grandi fumisti della letteratura e della letteratura sulla letterature, pieni di inventiva e di talento. Appartiene a una retroguardia che, oggi, ci pare di fatto avanguardia, molto più avanti dei compitini letterari che ci passano di continuo sotto gli occhi. Ci vuol molto coraggio, e una bella dose di consapevolezza della propria abilità di scrittore, per mettere in piedi, come nel caso di Marcel Proust e l’assassino delle Tuileries, nientemeno che un pastiche sul sommo autore francese, coinvolto in una storia di delitti misteriosi legati al mondo dell’omosessualità. Un Proust esangue ed estenuato, vittima della malattia, l’asma, e intento nella sua impresa letteraria titanica, eppure in grado di fronteggiare il pericolo che gli incombe addosso: c’è infatti qualcuno che, dopo avere ucciso quattro suoi amici, ha deciso di far fuori anche lui. Per ragioni che, per la gran parte del libro, restano oscure. C’è gusto per la ricostruzione d’ambiente (gli interni proustiani, a partire dalla camera da letto) e malinconia nel romanzo di Paolo Cortesi; ma c’è anche il segno fondamentale della restituzione. Mi spiego: il lettore che legga un’opera titanica e sconvolgente come Alla ricerca del tempo perduto può reagire, come abitualmente succede, con un moto di ammirazione e di gratitudine per quanto ha ricevuto. Ma può anche accadere che il lettore colto, il lettore a sua volta autore, senta il bisogno di restituire con le sue parole la bellezza e la forza psicologia ed etica di ciò che Proust gli ha offerto. Quasi abbia un dovere morale nei suoi confronti. Come il figlio che senta la necessità di rendere a un genitore una parte del sé che attraverso il dono genitoriale gli è stata fornita. Questo si avverte nel libro di Cortesi ed è ciò che lo fa grande.