La prima volta che ho pensato a Iride, la protagonista di Tutte le cose lasciate metà, ero in macchina ed era ottobre. Quando c’è il sole, l’autunno riempie di gioielli i luoghi in cui vivo e tutto splende: l’acqua nei canali, le foglie delle viti, il cielo senza umidità, le nuvole, il vento, persino la gente. L’aria pizzicava, freddina, ma il sole scaldava il parabrezza e il volante e la mano che cambiava marcia.

In radio passava la pubblicità mentre io avrei tanto voluto una canzone d’amore.

Mentre tornavo a casa a memoria, senza far caso alla strada, sempre la stessa, che collega la mia casa alla scuola in cui lavoro, il mio cervello, dietro gli occhiali scuri, continuava a pensare alla porta della Quinta M su cui quella mattina era comparso un fiocco rosa con scritto Welcome Chloe.

Tutti i pensieri razionali che riuscivo a pensare mi scendevano nello stomaco, pesanti, e venivano accolti e sbriciolati dal persistente desiderio di ascoltare una canzone d’amore. Ma in radio continuava a esserci solo pubblicità. Ho spinto con due dita il cd nella fessura e ho sentito gli accordi di un piano, le prime note di una ballata dolce e un po’ triste che mi ha accompagnato fino a casa.

Scesa dalla macchina mi sono rimasti i pensieri, la luce, i gioielli dell’autunno e, nel silenzio, il bisogno bruciante di scrivere una storia d’amore.

Così ho fatto la punta alle mie matite, aperto il grande blocco delle idee, e ho dato a Iride la sua storia.