Sono nata e vivo a Bolzano. La mia è una terra di frontiera, multiculturale, di convivenza pacifica conquistata nel tempo. Qui la gente continua a parlare tre lingue: tedesco, italiano e ladino. Eppure, si comprende.

Abito una regione che ha nomi diversi a seconda di chi la definisce: Südtirol per gli autoctoni, Alto Adige per gli italiani, Sudtirolo per i politicamente corretti.

Una parte della mia famiglia è immigrata qui negli anni ‘40: favoriti dalla propaganda fascista che voleva italianizzare l’Alto Adige dopo la prima guerra mondiale, tentavano di sfuggire alla devastazione e alla fame in cerca di un luogo dove poter ricostruire una vita nuova.

L’Alto Adige era la terra promessa. Nel folle disegno di Mussolini, l’obiettivo era portare Bolzano a centomila abitanti, in modo da invertire gli equilibri non solo etnici, linguistici, sociali e culturali ma anche economici. Il progetto è fallito. La realtà locale doveva essere sradicata a favore degli italiani vincitori.

A farne le spese, però, non sono stati solo i sudtirolesi di lingua tedesca che si sono visti privare di molti dei loro diritti e di cui spesso si è narrato in romanzi e nei saggi storici. La verità è che hanno pagato tutti, anche gli italiani approdati qui senza sapere cosa ne sarebbe stato di loro, davvero.

"Resta quel che resta" nasce dal desiderio di riuscire a trasmettere, da un altro punto di osservazione, lo stesso doloroso sentimento che han attraversato la storia delle famiglie sudtirolesi.

Mi capita di sentirmi apolide. “State bene lassù” mi sento dire. È vero, i masi sono diventati hotel di lusso, le campagne valgono oro. Ma non per tutti. Pochi sanno che le scuole sono ancora oggi separate per gruppo linguistico e che per accedere all’impego pubblico vige un rigido sistema di proporzionale etnica. E ancora meno sanno dove si trova Sciangai, il quartiere degli immigrati italiani disperso, insieme alla memoria, per rimuovere le tracce del passato fascista. Colpe ed errori si sono amplificati a vicenda sulla strada di una complicata convivenza.

"Resta quel che resta" è nato da tutto questo: dal tentativo di dipanare questa complessità. Volevo raccontare la vita delle persone in questo contesto così ambiguo. Volevo raccontare il desiderio di rivalsa tedesco durante il fascismo, e anche degli italiani nati qui ma costretti a espiare peccati commessi prima da altri. E volevo farlo, non con un libro di storia, ma attraverso il punto di vista di altri esseri umani, e dunque attraverso le motivazioni, le sofferenze, i pregiudizi. Senza nascondere le azioni più meschine e i compromessi necessari.

Per questo volevo che "Resta quel che resta" raccontasse molte storie: volevo l’affresco corale di una terra di confine, di un microcosmo chiuso e autosufficiente che riassume in sé la crudeltà, la follia e la bellezza dell’essere umano e delle sue lotte. Nella mia mente, questo romanzo è una danza dolorosa di azioni e reazioni, una spirale di sofferenza resa ineluttabile dalla forza del sangue – della famiglia, della terra e della patria – che vincola singoli e famiglie alla vendetta e alla rivalsa.

Katia Tenti