«Niente sarà più come prima».

Insieme all’aggettivo «surreale» sono le parole che più imperversano ai tempi del Coronavirus.

Una sensazione diffusa uguale a questa si sprigiona solo un paio di volte al secolo. Si ha l’impressione di un cambiamento epocale, di una «grande mutazione antropologica», come diceva un rabdomante friulano a proposito di uno di questi passaggi nel secolo in cui sono nato io. La Storia vive di momenti simili, in cui tutto sembra cominciare e finire. Poi si assopisce e metabolizza pigramente il contraccolpo fino alla sterzata successiva. Punti di svolta. Ebbene, io in genere è lì che mi piazzo, su queste anse spigolose del grande fiume. Con la mia videocamera mi sforzo di filmarne le impennate.

Raffaello. La verità perduta.

   È il mio quinto giallo storico, e ciascuno è ambientato in un frangente del genere, in cinque epoche diverse. Mi aiuta a capire i mutamenti che ho sotto gli occhi studiare come hanno vissuto quelli occorsi ai tempi loro i grandi artisti del passato, e mi auguro di trasmettere al lettore le stesse emozioni che loro trasmettono a me. Perché gli artisti? Perché di ciascuna epoca sono i grandi interpreti, perché si sforzano di elaborare una visione del mondo piena di senso, ed è a loro che tocca percepire per primi i tradimenti della Storia.

Ho raccontato il boom economico e le turbolenze degli anni Ottanta del tredicesimo secolo con gli occhi di un giovane Dante, la crisi del Trecento dal punto di vista dei suoi figli (Il libro segreto di Dante), il Quattrocento al suo apice col genio di Vinci (La biblioteca segreta di Leonardo) e la crisi del Seicento nei giochi di specchi di Caravaggio. C’era un vuoto, un vuoto importante. Un decennio decisivo, tra il 1517 e il 1527, tra la protesta di Lutero e il sacco di Roma. Un decennio in cui cambia tutto. È una storia che filtro attraverso lo sguardo attento di tre protagonisti: il pittore Raffaello, la sua compagna degli ultimi giorni e il poeta Pietro Aretino.

Raffaello, si sa, muore giovane, e nessuno sa di cosa. Pietro Aretino e Margherita indagano, mentre progressivamente intorno a loro cambia il paesaggio morale. «Così procede la storia umana, per insensibili slittamenti semantici», dice un’indeterminata voce narrante che, esprimendosi così, non può essere del tutto quella dell’Aretino. La morte di Raffaello, poi quelle, nel volgere di un anno, dei suoi principali committenti (il Chigi, il Bibbiena, infine papa Leone X) sono di quelle che basterebbero da sole a sotterrare un’epoca. C’è dietro la mente perversa di un diabolico manovratore, o il Rinascimento italiano è stato ucciso dallo stesso culto dell’individuo che ha contribuito a sdoganare?

Una sola cosa è certa: dopo la morte del grande urbinate, niente sarà più come prima.

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