Che cosa non sappiamo delle storie degli altri e che cosa ignoriamo o teniamo in ombra della nostra storia personale? A volte i ricordi di un lontano passato sono sepolti nelle profondità della nostra mente per poi emergere all’improvviso e obbligarci a reinterpretare fatti e relazioni con i nostri familiari, amici e conoscenti. A volte invece ci accompagnano lungo il cammino di tutta la vita, galleggiano nel nostro subconscio senza mai affiorare in modo esplicito eppure creano sensazioni, inquietudini o appercezioni cui non sappiamo dare né un nome né un’origine precisa. Qualche altra volta sono i ricordi nascosti dei nostri familiari, invece, associati a una paura, a un senso di colpa o di vergogna per ciò che è stato fatto o subìto in tempi lontani – o più semplicemente al desiderio di imprimere alla propria vita un nuovo e diverso indirizzo – a insospettirci, turbarci e inquietarci anche se per noi è molto difficile, in mancanza di una confessione, decodificarne correttamente il contenuto.

E poi ci sono segreti con la “s” minuscola e segreti con la “s” maiuscola. Segreti che quando vengono a galla possono essere riconosciuti, accettati e facilmente inseriti nel flusso della memoria, arricchendo i ricordi della persona (per esempio una paternità diversa da quella immaginata sino ad allora che stupisce e imbarazza quando viene scoperta ma che poi, nello sciogliere dubbi e interrogativi, porta chiarezza e spiegazioni) e segreti che invece sconvolgono, perché quando riemergono obbligano le persone a rivedere tutta quanta la propria vita, l’immagine di sé e degli altri, le relazioni familiari e, qualche volta, la propria reputazione e quella dell’intera famiglia.

È questo per esempio il caso raccontato da Thomas Vinterberg nel film danese Festen dove, durante il pranzo di festeggiamento per i sessant’anni del padre, il figlio maggiore rivela i terribili segreti di famiglia che determinano un completo ribaltamento dell’immagine del patriarca fino a quel momento considerato un padre e un nonno irreprensibile, oltre che uno stimato uomo d’affari. Dalla rivelazione del segreto ne esce distrutta anche la madre che per salvare l’onorabilità della famiglia aveva sempre finto di ignorare gli abusi del marito nei confronti di due dei suoi figli quando, bambini, non erano ancora in grado di difendersi.

All’origine di un segreto ci può essere un trauma, un enigma, qualcosa di indicibile e di impensabile che, non essendo mai stato nominato, comunicato, “mentalizzato” ed espresso resta incluso, incapsulato nella mente della persona ferita, proprio come accade per quei gruppi etnici che, stabilitisi in un paese, non si fondono con esso ma continuano a portare avanti, di generazione in generazione, usi, costumi e lingua diversi.

C’è anche un’altra metafora che può aiutare a capire ciò che succede quando un’esperienza, non riuscendo a fluire nei normali canali dei ricordi, resta inespressa e incomprensibile, quella del tubo digerente. Per essere assimilati, gli alimenti che ingeriamo devono essere scomposti nello stomaco dai succhi gastrici: solo dopo avere subito questa straordinaria trasformazione chimica essi possono contribuire alla crescita e al benessere del corpo. Come gli alimenti, anche le esperienze nuove che facciamo devono trasformarsi in rappresentazioni utilizzabili dalla nostra mente (psiche o spirito che dir si voglia): soltanto a questa condizione esse possono contribuire al nostro arricchimento personale ed essere di supporto per arricchimenti ulteriori. Se un’esperienza non viene digerita, scomposta e assimilata, può essere rigettata, negata oppure incastonata in qualche parte nella memoria come un corpo estraneo, dimenticata ma pur presente, tanto da eruttare all’improvviso come i lapilli dalla bocca di un vulcano oppure emergere più lentamente, come un’inarrestabile colata lavica, attraverso una catena di associazioni successive. Passato e presente si mescolano e il vecchio trauma viene rivissuto con tutto il suo bagaglio di emozioni, tanto da poter essere trasmesso ad altri, in particolare ai figli che si trovano nella condizione migliore per assorbire gli effetti delle ferite non risolte dei loro genitori.

Nella sua autobiografia, Alfred Hitchcock, il regista di gialli che tutti conosciamo, ricorda come lo sguardo “vuoto e assente” con cui sua madre lo guardava avesse l’effetto di spaventarlo e di farlo sentire in colpa anche per le azioni che non aveva commesso. E non è certo un caso se i protagonisti delle storie che con tanta maestria Hitchcock ha raccontato hanno tutti quanti uno sguardo sbigottito, perso o inespressivo. Da bambino, Alfred fu probabilmente depositario di sentimenti che appartenevano a sua madre e non a lui, ma che egli, leggendoli nello sguardo di lei, faceva propri senza tuttavia comprenderne le origini. Un meccanismo psicologico che la nota psicanalista Alice Miller ha ben spiegato mettendo in evidenza come a livello inconsapevole un genitore possa comunicare al figlio le proprie paure, l’attesa di una disgrazia o una domanda irrisolta che lui (lei) si porta dentro dall’infanzia, pur appartenendo ad altra epoca, generazione e contesti. Forse la fortuna di Hitchcock e allo stesso tempo la sua psicoterapia, fu anche quella di poter trasferire sullo schermo, con il linguaggio cinematografico, le tensioni, le paure e i “fantasmi” che inconsapevolmente la mamma gli aveva trasmesso negli anni infantili.

Ma veniamo alle storie di questo libro. Esse nascono da vicende realmente accadute anche se, per salvaguardare la privacy dei protagonisti, sono state mascherate: alcune molto più di altre. Esse possono, probabilmente, risultare riconoscibili, per qualche aspetto, soltanto da coloro che le hanno vissute in prima persona, a patto che vogliano riconoscerle.

Alcune storie sono raccontate in prima persona – come Sorpresa!, La caduta, La donna che scambiò il marito per un gatto – altre da un osservatore esterno, amica o psicoterapeuta, come Trompe-l’oeil, Testimonianze, Segreti di famiglia; altre invece da un io narrante che dall’esterno osserva e registra comportamenti, dialoghi e pensieri nascosti come ne L’angelo di marmo e Non dipende da me. Questo diverso taglio narrativo mi è stato suggerito dai contenuti stessi delle diverse vicende, che nei loro snodi più significativi hanno richiesto un diverso tipo di sguardo. Chiunque abbia mai iniziato a narrare una storia mi comprenderà: il narratore cerca di dominare la materia, di ammansirla e di domarla, ma questa gli sfugge da ogni parte, ostinata e riottosa, se egli non riesce a individuare la modalità narrativa che più le si confà.

Quelle raccontate in questo volumetto sono tutte storie dal forte contenuto psicologico, che avrebbero potuto trovare uno sbocco anche in un altro tipo di scrittura, quella clinico-professionale, da me utilizzata in altri scritti. Questa volta ho voluto però mettere in pratica il suggerimento del famoso neuropsicologo russo Aleksandr Lurija – una celebrità internazionale del secolo scorso – che nel raccontare storie di pazienti feriti alla testa durante la Seconda guerra mondiale decise di non descriverle in termini prettamente scientifici, come aveva fatto sino ad allora in omaggio allo stile obiettivo ma asettico della scienza, ma di utilizzare un diverso tipo di scrittura allo scopo di «non comprimere la ricchezza degli eventi della vita concreta entro modelli astratti, svuotati delle qualità dei fenomeni reali». Lurija intendeva fondare una «scienza romantica», che pur avendo l’obiettivo di edificare su basi rigorose la neuropsicologia, non guardasse dall’esterno i sintomi dei pazienti ma si addentrasse invece nella loro psiche per condividerne empaticamente i moti dell’anima e così facendo averne una conoscenza più completa e approfondita. Questa indicazione fu poi seguita con successo da Oliver Sacks e da Jerome Bruner, neurologo l’uno, psicologo l’altro, entrambi abili narratori.

Convinta del potere esplicativo del racconto e dell’utilità di una psicologia che guardi all’insieme dell’individuo, olistica, calda appunto e non impersonale, eccomi dunque a imboccare anch’io la strada indicata dagli psicologi narratori sia pure lasciandomi trascinare dal piacere del racconto e dal dinamismo dei personaggi.

 

[Anna Oliverio Ferraris, Introduzione a La donna che scambiò suo marito per un gatto]