"Perdona loro" è un giallo ma è anche un esperimento linguistico, correggimi se sbaglio, che ti ha portato a lavorare sul dialetto marchigiano e renderlo una vera e propria lingua. Come mai questa scelta?
Ho sempre amato il suono del dialetto marchigiano, in particolare quello dei Castelli di Jesi, la zona d’origine dei miei nonni materni, anche se non ho mai imparato a parlarlo. Forse proprio per questo ho voluto provare a domarlo e cimentarmi - sudando mille camicie - in un’opera di contaminazione. Ne è venuta fuori una sorta di neolingua, un marchigiano italianizzato: fossimo in cucina la chiamerebbero fusion. E poi il marchigiano è spassosissimo, ci sono espressioni strepitose, e scrivendo così mi sono divertito come non mi era mai successo scrivendo un libro: c’erano momenti davanti al computer in cui ridevo da solo come un cretino, con le lacrime agli occhi, per quello che avevo appena finito di scrivere.

Il protagonista del tuo romanzo, Neri, è un giornalista, un inviato di guerra che lascia tutto e si ritira ai Castelli di Jesi per scrivere un romanzo e ricostruire i pezzi di una vita disgregata. C'è qualche punto di contatto tra la tua vita, la tua carriera e quella di Neri?
Quando uscì Ground Zero Ebola (il mio instant book sull’epidemia di Ebola che aveva flagellato l’Africa occidentale nel 2014) in copertina c’era la foto di un volontario della Croce Rossa liberiana intabarrato nella tuta bianca destinata di lì a qualche anno a diventare tristemente nota anche da noi, col volto coperto dalla mascherina e dagli occhiali protettivi. Più del trenta per cento dei lettori di quel libro mi hanno chiesto se l’uomo in copertina ero io. Peccato che, trattandosi di un liberiano, fosse nero come il carbone. Diciamo che per una volta ho voluto dare un senso a quella domanda, casomai dovessero farmela anche a proposito di questo libro.

Fin dal titolo, "Perdona loro", passando per diversi personaggi, tra cui quello che scompare, ti sei soffermato sulla realtà provinciale di un certo tipo di chiesa e di preti, molto lontani dai fasti di Roma e anche dalle vocazioni sbandierate di un certo tipo di realtà. Come mai ne hai fatto, in parte, i protagonisti di questa storia?
Perché, per quanto incredibile, esistono sul serio: li ho conosciuti tutti alla trattoria di Jolanda, ho cenato spesso con loro e in molte occasioni, a fine pasto, quando la trattoria era ormai deserta e noi restavamo a tavola fino a tardi, sono stato il loro confessore. Preti in prima linea in un luogo fondamentalmente anticlericale, problematici, fallaci, con mille idiosincrasie e contraddizioni: ma forse proprio per questo sono la sola tipologia di preti capaci di fare breccia nell’animo della gente. Un po’ come gli dèi dell’antico pantheon greco, che esibivano tutte le debolezze dell’essere umano.

Hai scritto moltissimi libri, centinaia di inchieste, libri fotografici. Questo è il tuo primo giallo. Tra tutti i generi che hai esplorato, che cos'hai trovato in questo particolarmente interessante? Sei partito dal genere e sei approdato alla trama oppure il contrario?
Sono partito dal genere, e alla trama sono arrivato in circostanze, per così dire, poco ortodosse: nel corso di un rapimento lampo di cui sono stato vittima in Nigeria alcuni anni fa. La cosa straordinaria del fatto di scrivere un giallo è anche la più banale da dire, nel senso che è quella che dicono tutti gli autori di gialli: i personaggi finiscono per impossessarsi della storia e la portano dove piace a loro, chi scrive è solo un esecutore della loro volontà, eccetera eccetera. Adesso so che è una terribile verità: quelle canaglie dei tuoi personaggi a un certo punto si ammutinano, uno di loro ti distrae con un diversivo e gli altri ti sfilano il libro dalle mani. Non l’avevo mai sperimentato prima, ed è una sensazione esilarante.