Attraverso il suo vissuto di professionista e professore universitario di grande esperienza il dott. Paolo Nucci offre uno scorcio onesto e sincero dell’universo medico contemporaneo senza sconti né mezze verità, neanche per i giovani che – oggi – desiderano avvicinarsi alla professione medica.
Dal mito del professionista ippocratico, che da millenni si tramanda, all’attualità di un’ars medica messa in discussione – specialmente nell’ultimo anno – da temi e problematiche diverse, quali l'importanza della formazione continua e dell'aggiornamento delle competenze, la sofferta problematica del contenzioso medico-legale e della medicina difensiva, oltre al complesso rapporto con i colleghi, e i cambiamenti tecnologico-genomici.
E quindi le domande a cui risponde sono molte: perché scegliere di fare il medico? Come si diventa medici? Come ci si sente, una volta che si è medici? Perché smettere di farlo?

Per noi, qui, il Professor Nucci risponde ad alcuni spunti d’attualità in una sorta di diario di bordo che continua ad accompagnarci oltre la lettura della sua agile e affascinante testimonianza.

Cosa consiglierebbe ai giovani aspiranti medici d'oggi che, in tempo di pandemia, hanno toccato con mano la precarietà delle professioni sanitarie?
Non c’è dubbio che la pandemia abbia segnato uno spartiacque drammatico proprio nella percezione del nostro lavoro e soprattutto in quello che comporta questo lavoro: negli oneri della scelta, che sicuramente era qualcosa che noi avevamo dimenticato.
Ciò non di meno io credo che la stella da inseguire sia sempre lo spirito di servizio, cioè mantenere alto il livello di salvaguardia del benessere del paziente. E’ in quest’ottica che io vedo che aggiornamento e, soprattutto, cura degli aspetti della comunicazione debbano essere per ogni medico tra gli obiettivi primari.

L'empatia e la medicina narrativa sono stati rimessi al centro della riflessione dei medici. Perché se n'è sentita l'esigenza? In che modo renderebbero un medico "migliore"?
Per alcuni anni abbiamo ritenuto che il progresso della scienza, le nuove tecnologie, in genere la competenza estrema (inclusi i progressi, per esempio, nella genetica e nell’intelligenza artificiale) fossero cruciali. Oggi ci rendiamo sempre più conto che l’aspetto umano, cioè curare l’uomo prima della malattia non possano essere neanche per un attimo trascurati. Riappropriarsi quindi di una dimensione umana, credo che sia un elemento imprescindibile nella professione del medico del terzo millennio.

Come agisce la medicina difensiva sul medico oggi e come si può arginare il dilagare di questo contenzioso medico-legale?
Uno dei rischi maggiori che oggi corriamo è quello del ricorso alla medicina difensiva: vivere costantemente con il rischio di un contenzioso medico-legale porta la gran parte dei medici ad adottare delle pratiche protettive per sé stessi, cioè prescrizioni di esami che garantiscano in primo luogo il proprio operato oppure rinunciare a farsi carico di situazioni complesse. Questo innegabilmente aumenta i costi (li fa lievitare) e le liste di attesa. E obbliga il paziente complesso, quello più sfortunato, a pellegrinazioni estenuanti. Se il medico non viene manlevato io vedo un futuro ben gramo!

Quali sono le differenze più grosse tra la medici di ieri e quella di oggi, e cosa si intravede in quella di domani?
Non c’è dubbio che il medico del futuro (leggi DNA, leggi intelligenza artificiale) dovrà fare i conti con una ridefinizione del proprio ruolo. Però empatia e capacità clinica saranno sempre al centro dell’ars medica. Con questo intendo che, in ogni caso, non si potrà mai fare a meno della relazione umana tra curante e curato. E, anche leggendo il corredo genomico dell’individuo, anche utilizzando algoritmi elaboratissimi, le informazioni potrebbero diventare così ridondanti e anche fuorvianti che – senza un medico ad interpretarli – ecco io credo che la gestione sarà comunque molto complessa. Un po’ come succedeva, come ricorderete, con i primi computer che giocavano a scacchi: elaboravano talmente tante risposte che poi i tempi erano biblici. Ecco, io credo che l’intuito umano sia sempre necessario!