L’emigrazione mi appartiene da quando nelle sere di levantina ascoltavo, attorno alla ruota del braciere, quella dolorosa alla Merica dei miei nonni. E me la rinverdiscono le vicende degli sventurati che, a oltre un secolo di distanza, percorrono una strada d’acqua che, seppure di Mediterraneo, si ripete uguale all’antica nostra e spesso impatta a sua volta nel pregiudizio e nel razzismo.

Noi eravamo il popolo di mezzo, né bianchi e né neri, invisi al punto da subire linciaggi, da innocenti, così nel 1891 a New Orleans, dove vennero impiccati undici siciliani già assolti per l’omicidio del Chief, il capo della polizia, così nel 1910 a Tampa, in Florida, per la colpa di uno sciopero, così a Vicksburg, a Louisville, a Denver, a Walsenburg, ad Hahnville, a Tallulah, a Erwin, ad Ashdown, a Davis.

Peregrinando tra simili vicende, mi sono imbattuto nel jazz e ho scoperto che la sua nascita va ascritta a merito dei neri e dei siciliani, in pari misura, perché combinarono assieme gli spiritual dei campi di cotone con gli strumenti a fiato e le sonorità delle bande tradizionali, agli inizi del Novecento, quando, sui novantamila abitanti di New Orleans, dodicimila erano siciliani. E fu Nick La Rocca, originario di Salaparuta, a incidere nel 1917 il primo disco di successo, con un milione e mezzo di copie vendute. Ci connotò pure il disagio sociale che sfociò nell’anarchia e portò alla strage bombarola di Wall Street, nel 1920. E ci connotò la Mano Nera, poi Cosa Nostra, che prese piede nella Little Italy di New York.

Dopo, è diventata un’impellenza urgente e doverosa, una necessità del narratore, attraversare la storia d’America tenendo gli occhi sugli umili e sui maltrattati, sugli sconfitti e sui vincitori anche nella lucentezza del jazz, sui violenti che non ci hanno reso onore. Ne è emerso questo romanzo, che è verità pur nella finzione della famiglia siciliana, è memoria di ciò che siamo stati, è testimonianza di un popolo in cammino che ha saputo sollevarsi da inorgoglirci.