Un noir spietato. Una Milano che non ti aspetti.
L'intervista a Alessandro Bongiorni

1. Alessandro, per rompere il ghiaccio, una domanda semplice: da dov’è nata l’idea per questo romanzo?

L’idea è nata dal desiderio di creare qualcosa di grosso, a tutto tondo, raccontando argomenti poco inflazionati come il traffico di eroina – una droga che oggi è più viva che mai – e le gang sudamericane. Il tutto mischiato a una buona dose di politica marcia, giornalismo deviato, finanza e poteri occulti. Inoltre, volevo provare a fare il famigerato salto di qualità dopo due romanzi pubblicati con piccoli editori. Ho avuto la fortuna di avere accanto persone che non mi dicevano quanto fossi bravo a prescindere, mosse magari dall’affetto, ma, anzi, ripagavano i miei lavori con la moneta più preziosa per un giovane scrittore: la verità. Da lì ho cominciato a capire dove volessi andare davvero. Quando mi sono sentito pronto, ho iniziato La sentenza della polvere.

2. Come ti sei documentato? Hai fatto indagine sul campo, frequentando spacciatori e gang di ragazzini sudamericani, come un novello Donnie Brasco?

C’è da dire che il web offre infinite possibilità. Per quanto riguarda l’eroina, ho frequentato diversi siti-blog-forum di tossicodipendenti. Ho letto tantissime testimonianze diverse tra loro, ma tutte unite da un unico filo: la sofferenza. È stata un’esperienza forte, triste e istruttiva al tempo stesso.
Sul versante delle gang di latinos, invece, ho trovato decine di articoli di giornale, interviste, reportage e documentari. Ho anche parlato con un targa, un affiliato, ed è stato molto eloquente, soprattutto nei suoi silenzi. E poi ho uno zio che faceva il poliziotto, e che quindi mi ha dato una mano.

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3. Nel tuo romanzo descrivi una realtà che si fatica a immaginare a Milano: scontri tra bande con tanto di riti di iniziazione, guerra per il controllo territorio e del narcotraffico…Eri invidioso di Don Winslow oppure è un quadro molto realistico?

Comincerei dalla parte su Don Winslow: come faccio a non invidiare uno che ha scritto Il potere del cane? Scherzi a parte, la realtà delle pandillas è fatta di queste cose. Per entrare nella gang gli uomini devono resistere a pestaggi feroci da parte di sette-otto affiliati, mentre le donne devono superare prove sessuali estreme. Purtroppo oggi si tende ancora – sebbene in maniera minore – a ritenere quella delle gang una sorta di microcriminalità comune. Forse era così all’inizio, ma oggi abbiamo gente che si è “evoluta”, spaccia, gira armata di pistola e usa machete per cavare occhi e tagliare dita, a volte perfino per ammazzare. I motivi sono sempre futili, come l’etnia, la semplice prova di forza o il controllo del territorio. Oggi a Milano, ma anche a Genova e in altre grandi città, ci sono ragazzini che vogliono emulare i duri che girano per le strade di Los Angeles. Per capirci, un rapporto dell’FBI di qualche anno fa ha equiparato, in quanto a pericolosità, gli Ms-13 americani a Cosa Nostra. Oggi a Milano gli Ms-13 sono la pandilla più pericolosa, anche se grazie a Dio non sono ancora arrivati ai livelli dei loro colleghi d’oltreoceano, e probabilmente non ci arriveranno mai.

4. La Milano che ama il tuo protagonista, il vice commissario Carrera, è anche quella che ami tu?

Sì. Sono cresciuto sbucciandomi le ginocchia tra i vicoli della vecchia Milano imperiale, andavo a scuola lì, e quegli anni mi sono rimasti dentro. E con gli anni, i luoghi. Quella parte di Milano è forse la più bella, eppure non la conosce quasi nessuno. Trovo assurdo che in pochi sappiano che in via Brisa ci sono le vecchie mura romane del terzo secolo, un retaggio di quando Milano era capitale dell’impero romano.

5. Se dovessi andare in vacanza con uno dei tuoi personaggi, quale sceglieresti? (Non dire la modella bionda che sei scontato).

Raimondo, il barbone. Un uomo di una saggezza e una filosofia infinite, acquisite dopo anni passati a dormire sotto un tetto fatto di stelle. Raimondo vive la strada come unica soluzione, e questo anche in seguito a un evento tragico del suo passato. Andare in vacanza con lui significa farsi un’overdose di saggezza. Stranamente, però, mi piacerebbe fare una vacanza anche col commissario Fenisi. Con uno come lui, alcolizzato e incompetente in ogni ambito della vita, hai la certezza che accadrà qualcosa di imprevedibile. Per assurdo, sono sicuro che se andassi al mare con Fenisi, pioverebbe fino al giorno della partenza.

6. Nel tuo romanzo si percepisce l’eco di certi autori americani. Il rischio era quello di scimmiottare dei maestri del genere, risultando poco credibile. Rischio decisamente scongiurato. A questo punto però viene da chiederti: quali sono i tuoi autori di riferimento?

Be’, su tutti dico James Ellroy, Don Winslow, Shane Stevens e il grande e, purtroppo, compianto Elmore Leonard. Da tutti e quattro credo di avere appreso qualcosa, qualcosa che mi ha inciso la pelle e che poi, ovviamente, ho elaborato a modo mio. Naturalmente, gli autori che mi hanno segnato sono molti altri e vanno oltre il discorso di genere. Partiamo, ad esempio, da Conan Doyle e passiamo per Scerbanenco, Fante, Dumas e Steinbeck.

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6. Se dovessi girare un trailer per il tuo libro (di quelli da maxischermo e pop corn), che sequenza di immagini sceglieresti? E che musica?

Mi piacciono i contrasti, quindi credo che – qualora avessi un bel budget per allestire il tutto – mostrerei immagini di un certo impatto, magari “forti” e molto diverse tra loro, con una musica rilassata in sottofondo. Come a voler comunicare che il modo in cui ci immaginiamo le cose spesso stride con quella che, invece, è la realtà. Come un tappeto che copre la polvere.