Il ritratto di una donna unica, della sua vita straordinaria: in “Teodora”, Mariangela Galatea Vaglio ci trasporta a Costantinopoli, nel 524 d.C., per raccontarci la meravigliosa storia di una donna che ha saputo conquistarsi il suo posto nella Storia. Nell’intervista di oggi, l’autrice ci svela tante curiosità storiche per apprezzare ancora più a pieno questa lettura così appassionanate!

Dalle pagine del suo romanzo, Teodora. I demoni del potere, si evince una grande passione per questo personaggio, ammirazione, pur nella consapevolezza delle sue molte ombre. Quando e come è nata?
È stato un insieme di circostanze. Quando ero ragazzina ho abitato per un paio di anni a Ravenna, e San Vitale è uno dei miei luoghi del cuore. Penso di aver cominciato allora a provare curiosità per Teodora e Giustiniano, che sono ritratti nei mosaici, anche se poi sono passati diversi anni perché mi decidessi a studiare la loro storia. Era una vicenda così intricata e romanzesca che andava raccontata per forza!

Un Impero Romano molto diverso da quello solitamente presente nei romanzi storici. Una Roma debolissima, ai confini dell’Impero, un Papa fragile, in costante pericolo, e una Costantinopoli di grandissimi potere e fascino. E poi una dicotomia non solo religiosa tra romani e barbari, filosofi e intellettuali da un lato e guerrieri dall’altro. Come si è trasformata la “romanità” nel corso dei secoli?
La domanda è complessa. Quella di Giustiniano e Teodora e una età affascinante, una zona di passaggio fra la tarda antichità e il Medioevo. Il regno di Teodorico fu per l’Italia un’epoca in realtà di ripresa economica e di riorganizzazione. Ma anche se Teodorico era tecnicamente un barbaro, in realtà era stato allevato a Costantinopoli ed era in pratica romano per cultura. Giustiniano pure era romano: un legislatore è un politico che credeva fosse suo compito riunire l’impero sotto il comando imperiale, e che si sentiva erede di Roma anche se non ci aveva mai messo piede. È un’epoca in cui i confini fra Oriente e Occidente non sono ancora così marcati come saranno in seguito e i personaggi che vivono in questo periodo sono più complessi e sfaccettati di quanto si creda. I cosiddetti bizantini (loro non si chiamavano così, si chiamavano “romani” e basta) non erano per nulla vigliacchi e combattevano guerra con grandi capacità strategiche; i barbari non erano solo rozzi guerrieri, ma anche politici e statisti sottili e preparati. E le donne come Teodora non erano affatto come spesso si pensa figure di secondo piano relegate negli appartamenti imperiali, ma erano volitive e determinate.

Oltre a Teodora e Giustiniano, ci sono tantissimi personaggi che prendono vita, anzi la riprendono, in queste pagine. Ce n’è uno in particolare il cui studio l’ha appassionata più degli altri? Magari un personaggio solitamente tralasciato dalla storia ufficiale.
Io amo molto Giustino, lo zio di Giustiniano che è l’imperatore in carica all’inizio del romanzo. È un militare spiccio e a Costantinopoli a corte un po’ lo disprezzano perché lo considerano rozzo e analfabeta, ma è un uomo tutto d’un pezzo che non ama scendere a compromessi e ha una sua dignità profonda. Nel romanzo ci sono pochissimi personaggi inventati, perché in realtà tutti quelli che vengono citati, persino quelli che compaiono anche solo in poche righe, sono stati ripescati dalle fonti storiche. Ę stato un lungo lavoro di studio che mi ha permesso per altro di conoscere una marea di personaggi minori, anche all’interno della corte dei Goti di Ravenna, da Cipriano e Trigvila, i due collaboratori di Teodorico che sono a capo del partito favorevole ai Goti e contrari all’alleanza con Costantinopoli, a Teodato e la moglie, che sono abbastanza intriganti e cercano di scalare il potere, ad Amalasunta, la figlia di Teodorico, che anche se è l’antagonista di Teodora è un personaggio determinato per cui si finisce per provare un grande rispetto. Poi io sono di parte, una autrice si sente un po’ mamma dei suoi personaggi: alla fine li ama tutti, persino i più odiosi.

Se dovesse descrivere il romanzo attraverso i suoi luoghi, quali sarebbero i più affascinanti?
Il libro è ambientato metà a Ravenna e metà a Costantinopoli, con piccole puntate a Roma e nel nord Africa in mano ai Vandali. A Costantinopoli, oltre al palazzo imperiale (che è stato scavato in parte di recente e nel romanzo quindi gli ambienti e i mosaici citati sono stati ricostruiti sulla base dei dati di scavo) c’è Santa Sofia, la cattedrale che è scenario addirittura di un omicidio. A Ravenna invece c’è il palazzo imperiale (oggi non sappiamo esattamente dove fosse, perché quello che normalmente viene indicato come Palazzo di Teodorico era in realtà l’ingresso di un edificio più recente, la chiesa di San Salvatore in Calchi, mi sono basata sulle ipotesi di ricostruzione degli ultimi scavi archeologici), la chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, che era la cappella personale di Teodorico, e il complesso arcivescovile, oltre al porto di Classe (anche quello oggi è visitabile ed è diventato un parco archeologico). Nel Nord Africa ci sono le meravigliose ville e terme romane della provincia d’Africa che i Vandali, anche se barbari, restaurarono e mantennero in efficienza.

Secondo lei, quali motivazioni spingono solitamente ad affrontare (da scrittori o da lettori) un romanzo storico? La ricerca nel passato di una spiegazione del presente? Archetipi di vita che ricorrono e in cui possiamo ritrovarci? Oppure una dimensione lontanissima dalla nostra che diventa in qualche modo un rifugio?
Confesso, io scrivo romanzi storici per una motivazione molto egoistica: mi diverto. La storia è la miglior sceneggiatrice in assoluto, dà dei punti a tutte le serie tv di Hollywood quanto a colpi di scena e creazione di personaggi indimenticabili. Quando meno te lo aspetti, sa sconvolgere le tue aspettative e rimettere tutto in discussione. La amo per questo. Quando affronto un periodo storico, in questo caso la storia dell’epoca di Giustiniano, mi piace studiare le fonti e combattere gli stereotipi che alle volte per pigrizia abbiamo in testa, raccontare i personaggi e gli eventi come se fossero vivi e le vicende capitassero ai nostri amici e vicini di casa. Perché i grandi personaggi o storici, spesso ce lo dimentichiamo, come noi vivevano la loro vita senza avere la più pallida idea di cosa sarebbe successo e di come sarebbe finita per loro. Mi piace trasformarli da figure lontane e anche un po’ distaccate in persone reali di carne e sangue, con le loro contraddizioni, dubbi, anche difetti. Penso che il fascino del romanzo storico sia questo: ricostruire il passato in un modo più vicino a noi e consentirci una profonda immersione in altre epoche, che non sono più distanti e lontane, ma diventano un po’ “casa”.