- Il suo romanzo, Nel furor delle tempeste, inizia con un fiasco, quello della Norma alla Scala di Milano. Perché ha deciso di partire da uno dei momenti di sconfitta di un uomo vincente come Bellini?

Mi ha sempre affascinato indagare gli aspetti contraddittori dell’animo umano, e quel che vale per un uomo semplice riguarda sicuramente anche l’umanità di un genio: in questo caso, un genio della lirica come Vincenzo Bellini. È soprattutto nei momenti di crisi – in quelli che Stefan Zweig amava definire momenti di “caduta” – che la forza, la volontà e la tempra di un artista emergono. Così è stato per il musicista siciliano. Quella prima sconfitta è stata in verità il suo trampolino di lancio. Ecco perché ho scelto di raccontarla, emblematicamente, ad apertura di romanzo.

- La breve e intensissima vita di Vincenzo Bellini emerge con forza in queste pagine. Quali sono i tratti del personaggio a cui tiene maggiormente e che voleva far risaltare agli occhi del lettore in modo particolare?

Mi piace dare risalto a quelle zone d’ombra e fragilità che, quasi per una sorta di gioco riflesso, permettono di sottolineare la grandezza di un uomo. Nel mistero del dolore è scritta la necessità di farcela, di emergere, di lasciare un qualche segno. È un aspetto che amo sempre nell’indagare la biografia di un artista, quasi che in tale risvolto di oscurità si celasse una salvifica luce.

- La musica, oltre ai testi biografici, che peso ha avuto nella ricostruzione di questa storia? E' stata d'ispirazione oppure temeva di esserne troppo influenzato?

La musica ha avuto un notevole impatto, soprattutto sul piano dell’ispirazione. Io stesso ho studiato pianoforte e composizione per parecchi anni, prima di dedicarmi interamente alla letteratura. Tuttavia, nei momenti di scrittura, ho sempre cercato e interrogato il silenzio. Era altra la musica che bisognava ricreare – quella delle parole sulla pagina, delle frasi, della struttura linguistica – e tale musica aveva bisogno di un contorno di assoluto silenzio. In realtà, a far da sottofondo alla creazione sono stati, come sempre mi succede, i vari caffè parigini nei quali il libro veniva meditato, congegnato, scritto. Ed è un filo di continuità che lega queste pagine al precedente lavoro su Caillebotte.

- Nel romanzo c'è un personaggio di finzione che accompagna tutta la vita del Bellini ed è attraverso il suo sguardo che noi vediamo la vita del genio. Perché hai fatto questa scelta?

Anche qui, un gioco di identità riflessa. Io credo che sia lo sguardo degli altri a chiamarci, pirandellianamente, alla vita. Spesso, il nostro modo di essere è completamente diverso da come appariamo a coloro che ci circondano e che ci descrivono senza indulgenza o omissioni. Nel caso di Vincenzo Bellini, mi piaceva l’idea di un ammiratore disposto a sacrificare la propria esistenza in nome del proprio culto, del proprio mito vivente. Un uomo che facesse da controcanto ai movimenti e alle esperienze del compositore. Potremmo definirlo una controfigura, un “uomo-ombra”. Il lettore scoprirà perché.

- L'arte, in ogni sua forma, è sempre protagonista dei suoi lavori, sia nei romanzi che nei saggi. Da dove nasce il suo amore per "il bello", se mi passa questa espressione, e perché leggere la vita e le opere dei suoi grandi interpreti è così importante per lei.

Io credo che l’arte – in tutte le sue forme e le sue manifestazioni – sia il solo ritorno di significato nel caos aberrante del vivere. L’arte giustifica, restituisce, colma, sebbene qualche volta tradisca. Senza l’arte forse la nostra stessa esistenza non sarebbe la stessa. Ecco perché sono sempre affascinato da donne e uomini che hanno messo la volontà di fare arte al di sopra di sé. Che ne hanno incarnato una sorta di speciale missione. Un modo per testimoniare il proprio passaggio nel mondo.