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Oggi 27 gennaio si celebra in tutto il mondo la Giornata della Memoria, non solo per ricordare le vittime dell’Olocausto, ma anche per non dimenticare mai a cosa può portare l’odio per il diverso. Oggi la memoria è una vera e propria arma a nostra disposizione per evitare di ripetere gli errori del passato e difendere la nostra umanità.

Per questo, noi di Piemme, in occasione dell’uscita di “40 cappotti e un bottone” di Ivan Sciapeconi, abbiamo lanciato un’iniziativa sui social per “legare” il filo della memoria, un filo sottile che va tenuto saldo.

In “40 cappotti e un bottone”, Ivan Sciapeconi racconta la storia di Nonantola, in provincia di Modena, una cittadina che negli anni della Seconda Guerra Mondiale ha accolto nella sua Villa Emma 40 ragazzi ebrei, aiutandoli a fuggire dall’odio nazista. Una storia luminosa e indimenticabile, uno squarcio di ottimismo nell’orrore della Shoah.

Nel libro, il bottone ha un significato speciale, è un regalo da scambiare nelle avversità, un piccolo gesto gentile. Abbiamo chiesto ai nostri follower sui social di scattare una foto proprio a un bottone, rendendolo così un simbolo per legare la memoria di tutti. Le partecipazioni sono state tantissime, e siamo riusciti tutti insieme a colorare il muro dell’indifferenza!

Per questa giornata importante, abbiamo anche coinvolto l’autore del libro, Ivan Sciapeconi, a cui abbiamo chiesto di svelarci qualche retroscena della scrittura del libro e della storia di Nonantola. Vi lasciamo alle sue parole e vi auguriamo buona lettura!

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Quella dei ragazzi di villa Emma è una storia molto particolare, un frammento di luce in anni drammatici. Come sei venuto a conoscenza di questa realtà?
Ricordo di aver letto un articolo su un giornale locale, molti anni fa. Un trafiletto, nulla di più.
Successivamente, nel 2020, il Comune di Modena ha indetto un bando per entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Villa Emma. Io non sono un esperto di amministrazione, anzi non ne so praticamente nulla, ma mi sono candidato lo stesso. Volevo entrare dentro la storia attraverso chi, oggi, si dà da fare per conservarne la memoria. E’ stato così che ho conosciuto Fausto Ciuffi, il direttore della Fondazione. Gli devo molto, soprattutto per quanto riguarda la documentazione e la ricerca.

- Il tuo protagonista, Natan, ci racconta la sua storia in prima persona, e ci pare di vederlo nelle speranze, i sogni, nel dolore della lontananza da casa. Come hai ricostruito la sua storia, la sua voce?
Da un punto di vista biografico, Natan deve molto a Sonja Buros, una delle ragazze arrivate a Nonantola nel luglio del 1942. Sonja ha tenuto un diario durante il periodo della fuga, un diario che poi è stato pubblicato anche in Italia. Nella figura di Natan, però, c’è anche altro. Ci sono soprattutto alcuni bambini e alcune bambine che ho conosciuto nella mia attività di maestro. Non dico nulla di nuovo se ricordo che dietro i banchi delle nostre scuole c’è ancora chi ha vissuto esperienze disumane. Chi è arrivato nel nostro Paese con barche di fortuna. Nei loro occhi ci sono le stesse emozioni e le stesse paure di Natan, dobbiamo solo riconoscerle.

- Puoi spiegarci il titolo del tuo romanzo? Perché un singolo bottone può essere così importante?
La storia verissima (e a lungo poco valorizzata) delle sarte che contribuiscono alla fuga dei bambini da Villa Emma è stata in primo luogo una folgorazione narrativa. Non so spiegarlo diversamente: le parole si sono imposte da sole. Solo dopo ho riflettuto sul fatto che dietro il lavoro delle sarte c’era molto di più. C’era l’opposto della banalità del male.
Cosa c’è di più banale di un bottone? La stessa capacità di tagliare e cucire era ritenuta ovvia per le giovani degli anni ‘40. Ebbene, da quella banalità e da quella normalità è arrivata la salvezza per i ragazzi e le ragazze di Villa Emma.

- Nella moltitudine di personaggi e persone che costellano il tuo romanzo, ce n’è uno a cui hai affidato il tuo sguardo, il tuo sentire?
In generale mi piace tenermi lontano dai personaggi. E’ una lotta difficilissima, ma credo giusto che ogni personaggio assuma una propria identità autonoma. Malgrado questo, però, alla fine lo zio del protagonista ha qualche tratto che purtroppo mi appartiene. Ha vinto lui.
Mi suscita invece una particolare tenerezza il padre di Natan che tenta di salvare la propria, di tenerezza, attraverso l’ironia, le barzellette. Ho il sospetto che il suo non sia un tentativo vano. In fondo, dentro Natan c’è il seme della speranza anche a causa della leggerezza a lungo inseguita dal padre.