- Nel tuo romanzo, la protagonista, Alice, ha dieci e poi undici anni. Non è un'età facile da descrivere, soprattutto in un libro per adulti. Come hai creato questa voce così "giusta", così reale?

Alice è stata il personaggio che ho incontrato aprendo l'ultima porta delle possibilità. Posso dire che sia stata lei ad aver trovato me, e non il contrario. A volte i personaggi accettano di prendere la nostra "anima" solo se noi siamo disposti a cedere tutto. Io in quel momento ero un recipiente vuoto, avevo perso molte cose importanti, una dietro l'altra, ma era troppo presto per poterle metabolizzare e raccontare in prima persona. Stavo per arrendermi, eppure sentivo che per guarire (almeno in parte) dal trauma avrei dovuto trovare il modo a tutti i costi. Con molta frustrazione però non riuscivo in nessuna maniera a ingranare la giusta prosa: non con un’autobiografia, non con una forma più intimistica, non con una forma in prima persona. Poi un giorno sulla pagina si è presentata questa bambina di dieci anni coi capelli rossi.
Alice è stata l’unico personaggio che ha accettato di mettersi sulle spalle tutto quello che erano i miei significati, le mie esperienze, il mio dolore anche e tutto il mio mondo del sentire. Ancora oggi mi stupisco di quanto sia stato importante per me, non la ringrazierò mai abbastanza.

- Il mondo vegetale - un giardino che alice definisce orto giardino, ma anche una foresta francese - è una presenza fondamentale nel tuo libro. Da dove nasce, per te, questa relazione fortissima tra uomini e piante?

Ho scelto con sicurezza fin dalla giovane età un percorso di studi che non fosse prima umanistico, ma scientifico. Ho conseguito studi in agraria nella mia città, poi fuori. Solo oggi capisco che forte relazione ci sia tra quello che è il mondo delle scienze naturali, e soprattutto vegetali, con l'atto dello scrivere. In entrambi i casi, per esempio, si parla di "radici". Quelle che tengono salde sul terreno le chiome e quelle da cui provengo, dalle quali traggo maggior materiale per le mie storie. Potrei fare mille altri esempi e parallelismi, per esempio l'atto della potatura: alleggerire per fiorire, proprio come a volte fa un buon editing.
Io sono nato in una città di mare. Qui la relazione che ha la nostra costa con il bosco è simbiotica. La relazione con l'umano (quando non diventa intensiva) è un rapporto basato sulla "cura" di un essere vivente che cresce, proprio come una storia sul foglio. A scrivere ho imparato molto dagli alberi, osservandoli, insomma, "non sono solo alberi"...

- Il titolo è una frase del romanzo, che cosa significa?

Proprio ciò che dicevo sopra. Il padre di Alice il giorno del suo decimo compleanno le affida queste parole molto profonde. Significano questo: non fermarsi a guardare (e giudicare) le cose solo per quello che sono. Chiamarle col loro nome è importantissimo, per renderle reali, ma occorre non abituarsi mai alla loro forma, perché se no si rischia di non riconoscerle mai. Come l'amore per esempio. Insomma, non arriva mai come lo stereotipo che ti eri messo in testa. Però arriva, magari in altre forme, e se non lo sai riconoscere è un guaio.
Alice cresce con questa frase che in realtà diventerà l'unica arma che avrà per intraprendere il viaggio più importante della sua vita: "riportare in vita" ciò che non ha più.

- A parte Alice, ci sono dei personaggi molto ben descritti, anche se a volte sono solo comparse. A chi hai affidato il tuo sentire, il tuo pensiero?

Si può dire che ogni personaggio porti in sé un mio organo del corpo. Chi il cuore, chi la pelle, chi gli occhi.
Parlo sempre di Alice, ma ogni comparsa ha un ruolo essenziale nell'arco della storia e la rende speciale proprio perché tutto è voluto. Ognuno di loro poi ha un pezzo di chi mi è caro, ovviamente.
Come narratore invece ho affidato il mio sentire al figlio unico che sono stato. Ovvero il ragazzino silenzioso, libero di spiare gli adulti per imparare cosa facessero. In bene e in male. Ancora oggi mi affascinano le persone e le osservo in modo minuzioso. I movimenti, gli accenti, gli sguardi. Sono le componenti che a mio avviso rendono vivo tutto ciò che si scrive.

- La tua storia ci racconta di un viaggio, reale e figurato, che trasporta Alice verso l'età adulta. Che cosa significa per te crescere?

Significa cercare di rimanere fedeli al bambino che si è stati, e nel frattempo cercare di essere degli adulti con radici salde e rami verso il cielo.

- Hai impiegato molti anni e molte stesure a scrivere questo libro. Che cosa hai dovuto lasciar andare per finirlo?

Alice nel primo capitolo riempie lo zaino che il padre le regala con cose utili, ma anche con cose totalmente inutili. Lui le ha detto che ha dieci minuti di tempo per prepararsi a fare un'avventura. Così che sul sentiero per la vetta Alice si accorge di avere sulle spalle solo un peso che non la fa avanzare e non le permette di restare al passo con suo padre e anzi, piano piano glielo fa perdere di vista. Questa è un po' la metafora. Solo che Alice è più coraggiosa di me. Sa che per trovare e non perdere ciò che ci è caro occorre lasciare andare tutti i pesi. Le porte si aprono quando leviamo (detta alla Calvino) i macigni dal cuore. Io non sono bravo come lei, ma a volte ci sono riuscito, come è capitato con questo romanzo. Fiorito nel momento in cui ho lasciato ogni aspettativa e quando ho cominciato a godermi il viaggio.