Mi hanno detto: dai, scrivi ancora qualcosa su Dante!
E, certo, l’avrei fatto anche se non me l’avessero chiesto.
Però prevedevo le mille voci di dantisti e non, che si sarebbero levate a celebrarlo nel settecentenario della morte, e tutta la difficoltà di riuscire a farlo dicendo qualcosa di nuovo, di poco noto e al tempo stesso di non troppo peregrino, che fosse anche accessibile ai più, sfuggendo possibilmente al doppio rischio di riuscire banale o retorico.
Così mi sono messo a parlare della scuola: di lui e dei nostri licei, per fare il punto sullo stato delle cose, adesso, Covid compreso. Per la maggior parte degli italiani, nel bene o nel male, Dante è legato a ricordi scolastici. C’è chi lo ama visceralmente, chi lo detesta con altrettanta passione a seconda di come sia andata lì, tra quei banchi dove siamo passati tutti. Ci sono aspetti delle sue opere, però, che a scuola si studiano poco. Per esempio il tema eudemonistico, a partire dal dato di fatto che la Divina Commedia è stata scritta - come dice l’autore al Signore di Verona (cui fu dedicato il Paradiso) - per rendere felici i suoi lettori, e che Dante, a partire da brani per lo più sconosciuti del Convivio (che invece sono bellissimi), del tema della felicità s’è occupato molto.
La via dantesca alla felicità: ecco il punto di partenza.
Riprendiamo da lì. Ricominciamo daccapo, se si può.
Il primo grande impulso alla leggenda del sommo poeta lo impresse una pandemia, quella del 1348, il ritorno della peste bubbonica che sembrava sparita da tempo. Lui era morto da ventisette anni. Fu allora, però, che si cominciò a considerarlo una sorta di profeta, i manoscritti si moltiplicarono in progressione esponenziale e Boccaccio inaugurò in una chiesa fiorentina l’uso - continuato fino a Benigni - delle lecturae Dantis. Ogni tanto eventi fuori controllo ci inducono a fermarci e a riflettere sulla condizione umana, sulla nostra natura, sui nostri limiti, sui nostri bisogni più autentici, e la Divina Commedia di Dante ci aiuta a farlo come poche altre opere letterarie d’ogni latitudine e d’ogni epoca. A quei tempi portò bene. Quello che venne dopo quella pausa di riflessione fu il Rinascimento italiano.
Nel romanzo Non di solo amore c’è un prof di liceo, Stefano Deaglio, che ha alle spalle, a parte un’adolescenza disastrosa, una vita sufficientemente felice. Adesso, però, con la crisi dei quarant’anni, è alle prese con i suoi problemi familiari e, da prof, con le adolescenze spesso irrequiete degli altri. Sorpresi dal lockdown, quasi fotografati e fissati - come dannati dell’Inferno dantesco - nella condizione in cui eravamo nel momento in cui lui è arrivato, siamo rimasti per qualche tempo come sospesi in un’atmosfera irreale. Ne usciremo migliori? Credo proprio di sì, ma non tutti. Ne usciremo più forti solo se, come allora, ci fermiamo a riflettere, se ci riappropriamo dei nostri grandi classici e dei valori universali di cui sono portatori. Per tutti i personaggi principali del romanzo la pandemia cambia le cose, il lockdown è un’occasione per guardarsi dentro e reagire allo stallo interiore. Il prof Deaglio lo fa scrivendo sul tema della felicità nel Convivio e nella Divina Commedia. Sono le lezioni che non riesce mai a tenere a scuola, quasi rivolte ai suoi studenti quando usciranno di lì, perché ci sia una seconda occasione oltre il liceo, in cui le cose chissà perché non vengono mai perfette.
Meditazioni dantesche, più che lezioni.
Ripartiamo da lì. Ricominciamo daccapo, se si può.
Le lezioni parlano dell’importanza delle parole, del modo in cui ciascuno di noi racconta se stesso e coloro che gli stanno intorno (e con cui si danna o si salva), parlano dell’amore nelle varie forme in cui Dante lo concepisce e lo esprime, del bene e del male, dei desideri e della via in salita per realizzare pienamente il proprio potenziale o il proprio destino. Lo scopo non è indurre anche chi lo ha odiato a scuola ad amare il poeta leggendario. Semmai è continuare il suo lavoro. Il grosso a suo tempo lo ha fatto lui, noi non dobbiamo far altro che tenerne oleato il meccanismo, quella cosa che ricomincia con lui e che noi oggi chiamiamo “letteratura”.
Lo scopo piuttosto - almeno il suo - è «rimuovere i viventi in questa vita dalla miseria della loro condizione e condurli alla felicità».