Zia Benedetta è morta tanti anni fa, ma ho trascorso le vacanze della mia infanzia e della prima adolescenza con lei in un paese con due stradine in salita, nemmeno asfaltate, e un pugno di case di pietra. D'estate c'era un po' di movimento, ma nei lunghi inverni dell'Appennino lei viveva lassù da sola. Completamente sola nella neve. E non aveva paura di niente e di nessuno perché conosceva la montagna e il bosco e aveva nella dispensa le conserve e tutto quello che le serviva per superare i mesi freddi. Le erbe da mangiare e quelle per curare. Zia Benedetta vestiva sempre di nero e a molti faceva paura, ma non a me. Era analfabeta, ma sapeva tutto. E quando si stava sedute sui gradini di pietra della sua casa la sera d'estate, raccontava di strani mali che trasformavano gli uomini in bestie e di certe parole che se dette alle spalle facevano ammalare e certe altre che servivano a guarire... e mille altre storie che io ascoltavo e facevo mie. Le ho conservate per tanto tempo in fondo al cuore, e solo adesso mi sono decisa a scriverci su un romanzo, Le Segnatrici. Ricordo il suo fazzoletto nero e il grosso neo che aveva sul mento, come le streghe. Ricordo quando arrivava con le tasche piene di noci o un fazzolettino con dentro le more. Mai a mani vuote.
Una volta le ho chiesto di insegnarmi qualcosa e lei mi ha istruito a preparare le patate in padella; a oggi il piatto che so cucinare meglio. Mia mamma dice che a nessuno vengono bene come a me. Questo romanzo, Le Segnatrici, è un omaggio a lei, alle donne che curano e alla montagna che ho nel sangue: Alpi da parte di mamma e Appennino da parte di papà.
L’esperienza di lavoro ora conclusa in un Policlinico di Roma inoltre mi ha fatto riflettere sui diversi volti della cura, quello scientifico e quello della tradizione. Ecco perché di fatto condivido molto della vita della protagonista, ma al contrario di lei io credo fermamente che le due cose non siano opposte, ma complementari.