Certi uomini non conoscono l’inverno della vita perché troppo intenso è il filo dei giorni, troppo ardente la materia del vissuto.

Gustave Caillebotte è tra questi.

Il mio incontro con questo geniale pittore francese risale a sette anni fa, durante un mattino di pioggia lieve, una di quelle malinconiche giornate parigine che sembrano intessute in filigrane di poesia e dolore leggero.

Ricordo il boulevard invaso da uno sciopero, la folla, la corsa sotto la pioggia, poi il rifugio improvviso all’interno di un bistrot rischiarato da lampade calde. E sulla parete che chiudeva come una quinta il fondo del locale, la riproduzione dei Raboteurs de parquet, bellissima, anche se un po’ in ombra. Tre uomini mezzo nudi, tre piallatori riversi su un pavimento in ricostruzione. Dune di trucioli intorno. I gesti suggerivano una musica, che malgrado cercassi di concentrarmi invadeva i pensieri, fuggiva da me per ripresentarsi ossessiva, spasmodica, necessaria.

Mi arresi. Accettai di ascoltarla, di assecondarla. Quello stesso pomeriggio la musica mi condusse fino al Museo d’Orsay, dove la tela di Gustave Caillebotte era conservata. Ecco quel che si definisce un’epifania. Scoprivo di non avere parole per raccontarne l’emozione. Quel quadro mi risucchiava, era un’esperienza mistica, forse la più potente della mia vita. Compresi però che le parole le avrei ritrovate: ve ne sarebbero state altre, si sarebbero raccolte a comporre pagine e capitoli, avrebbero formato il romanzo di un’anima.

Grazie all’editore Piemme, questo romanzo finalmente esiste.

È L’uomo senza inverno.

Al suo interno Parigi, l’Ottocento, l’epoca dei grandi sogni e delle imponenti rivoluzioni. La storia di un uomo che ha amato, scandalizzando il suo tempo. E di un genio, che ha ubbidito soltanto alla passione che lo muoveva. Una vicenda che può ancora parlare a ciascuno di noi.