Maria Gianola

Sono nata a Veneziavenezia. No. Non hai letto male, ho proprio scritto Veneziavenezia. Perché se dico solo Venezia, la domanda che segue è ogni volta: Veneziavenezia? Sì, Veneziavenezia. Sono un’indigena dell’isola-pesce. Prendete un foglio, disegnate la sagoma, puntate la penna più o meno dove immaginate l’occhio et voilà: lì c’è casa mia, Campo San Giacomo.
Tra calli e campielli ho passato l’infanzia, assieme ai miei cinque fratelli: salti tra le barche ormeggiate a riva, corse su e giù per i ponti coi pattini a rotelle, giri in bicicletta, salto alla corda e Campanon. Nei giorni di festa, in estate, papà diceva: oggi pic-nic in barca. Si raggiungeva il piccolo squero del signor Nino che noleggiava barche a remi. Per noi teneva da parte sempre la più grande. Papà vogava a poppa e noi bambini ci alternavamo a prua finché tra canali e canaletti si sbucava in Laguna dove ci si tuffava felici in quell’acqua verde alga.
Dei miei primi disegni, i gatti sono stati il soggetto preferito e forse l’unico dai sei anni in su, dopo aver esaurito il tema “fratellino nuovo”. A Venezia certo di gatti non ne mancavano: tutti neri, rossi, a macchie, a strisce, grossi o spelacchiati. Mentre gli altri bambini disegnavano mamma, papà, fratellini, nonni e zie, io riempivo fogli di gatti e il motivo era semplice. Ne volevo uno, volevo un gatto tutto mio e l’avrei chiamato Isidoro, gli avrei costruito un gratta unghie di legno e una casetta casetta da gran Re.
Invece il gatto non arrivò mai, però tra orecchie zampe e code in ogni posa imparai a disegnare e all’età di otto anni mandai un disegno al concorso “Il Matitone ’77” che per la verità non chiedeva ritratti di felini ma prevedeva il contributo di giovani architetti in erba sul tema “La mia casa”.
La mia era una casa piena di oggetti e di soggetti straordinari. Mi limitai a copiarla così come la vedevo, senza inventare niente. Vinsi il primo premio.
Il giorno della premiazione mamma ci vestì tutti eleganti: le tre bambine con la gonna scozzese, i tre maschietti con i calzoni corti blu, bretelle e camicetta bianca. Il salto della pozzanghera, in quel frangente, non era forse il gioco più indicato, ma mio fratello lo tentò comunque. Tengo ancora sulla scrivania la foto ricordo di me sul podio de “ Il Matitone ’77” con il broncio e una macchia di fango scura sul calzettone bianco.
Che altro dire? Poi sono diventata grande come tutti, ho letto molti libri di storia, di letteratura, di arte, di filosofia, di architettura, ma di disegnare e di raccontare storie non ho mai smesso neanche un attimo perché intorno a me sembra che le storie si raccontino da sole, come giro lo sguardo ne vedo una di nuova e non resisto mai alla tentazione di prendere un foglio di carta e catturarla per raccontarla alle mie figlie e a tutti voi.

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