«Era primavera, ricordi, quando ti scrissi per ringraziarti dell'intervista che avevi dato su me e sul Papa. Stavo già molto male. Ma con le tue lettere e le tue telefonate mi tenesti viva fino all'estate. E poi fino all'autunno. E poi fino all'inverno. E poi fino a questa primavera... No, io non devo nulla alle radioterapie e alle chemioterapie. Devo tutto a quella settimana d'estate, a quei due giorni d'inverno, a quel giorno e mezzo di primavera, alle attese interminabili ma consolanti, alle tue parole scritte, alla tua bella voce. Alla tua bontà. Sei tu che mi hai aiutato a vivere. Ed ora, dopo avermi aiutato a vivere, mi aiuti a morire.» Un dialogo iniziato poco prima della morte della grande scrittrice e intellettuale, un'amicizia che rappresentò per lei un incontro d'anima, la possibilità di un abbandono totale. Pagine dense di vita, il ritratto di una Fallaci libera, caparbia e sempre curiosa, che, pur orgogliosa della propria cultura e fedelmente legata alla «dea ragione», non rinuncia a interrogarsi sulla fede e sul mistero. Complessa, tenace eppure intimamente fragile, vittima di una solitudine estrema, che fu la sua condanna e la sua forza. «Sei una donna forte, intelligente, determinata, ma alla fine rimani una bambina indifesa che ha solo il desiderio che qualcuno le tenga la mano» scriverà Rino Fisichella, l'uomo che le regalò «ciò che nel corso della sua vita non aveva mai avuto». Queste lettere, rimaste private per vent'anni, sono una testimonianza preziosa, la volontà di salvare dall'oblio il lato autentico e umano di una delle voci più potenti e controverse della nostra epoca.