«Ho imparato presto che la medicina non è fatta solo di diagnosi giuste o sbagliate. È fatta di tempi, di parole, di omissioni, di silenzi. Di ciò che il paziente dice, ma soprattutto di ciò che non riesce a dire. Di ciò che il medico vede, ma anche di ciò che sceglie di non vedere perché disturbante, complesso, faticoso. La medicina critica, quella vera, non è cinica. È una medicina che dubita, che si interroga, che sa di non essere onnipotente e, proprio per questo, evita di mentire». Un libro prezioso, un piccolo manuale di sopravvivenza contro la tentazione sempre più frequente di curarsi da soli. Pazienti sfiduciati, tempi di attesa infiniti, percorsi frammentati, medici trattati alla stregua di dispenser automatici di farmaci o ricette, intelligenze artificiali consultate continuamente e per qualsiasi accenno di sintomo. Dottori stanchi di vedersi esautorati e sempre più distanti, che non fanno che aggravare la sensazione diffusa di solitudine, di abbandono. Quasi una profezia che si autoavvera. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con la medicina «vera», quella giusta, che dovrebbe essere un'alleanza tra medico e paziente, non certo una lotta. Queste pagine innescano dubbi, aprono riflessioni, accendono lampadine. Parlano a ognuno di noi, alle nostre paure, alle nostre ipocondrie, alle ingenuità in cui tutti cadiamo e ai rischi che spesso non sappiamo di correre. Dopo anni di esperienza sul campo, l'autore ce lo dice a gran voce: l'errore più grande non è sbagliare terapia, ma pensare di poter fare a meno della relazione.