«Nella vita si può pure non diventare genitori - per scelta o perché costretti dal destino - ma si sarà sempre e per sempre figli, e con tale verità ho concluso che dovevo fare i conti, e senza sconti, consapevole che se "il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è sempre dolore", e sempre lo sarà». In questo memoir toccante, profondo e appassionato l'autore racconta l'essenza di una relazione complicata, struggente e impegnativa con il padre. Un uomo duro, di certo non sempre amorevole, manesco, un "terrone" arrivato a metà degli anni '50 in una provincia del Nord Italia, che ha lasciato la sua impronta sul figlio diventato giornalista. In questa lettera aperta che sa di monologo interiore, colto, dolente, poetico, a tratti cinico e disperato, ma così umanamente veritiero, c'è l'eterno «amore e conflitto» tra un padre e un figlio. Tante frasi lasciate a metà, come tessere di un mosaico necessariamente incompleto, intriso di sentimenti contraddittori, accuse e ammutinamenti, allusioni e incomprensioni, ma tanto viscerale da condizionare il carattere e l'esistenza di un figlio anche dopo la morte di quel padre così vicino, eppure per anni così lontano. Antonello Piroso, con un esordio spiazzante, ci regala una testimonianza intima sulle ferite patite e inferte, sui rimorsi e sui rimpianti, che arrivando fuori tempo massimo sono utili «come il morso di un cane a una pietra », ma anche sulla speranza. Nel nome del proprio figlio. E nel nome del padre.