Vinceremo di sicuro

Milano, 12 maggio 1965, sera. Appoggiati alla cancellata dello stadio di San Siro un ragazzo e una ragazza si abbracciano e sembra che niente al mondo li possa spostare da lì. Dentro, c’è una partita pazzesca. Ma i due ragazzi restano fuori a baciarsi. Non vedono il gol di Corso all’8’ e quello di Peiró al 9’, che danno il via a una delle più memorabili rimonte della storia del calcio.
Ma questo non è un libro sul calcio. E' un libro sull’Italia, invece. Un libro su tutti noi.
Forse gli anni Sessanta non furono sempre fantastici, come si usa dire, ma certamente ci appaiono come gli ultimi anni in cui gli italiani guardavano al futuro con la certezza che sarebbe stato migliore del presente.
Di quella stagione, che coincise per chi scrive con la meravigliosa scoperta della vita e del mondo, molti sono i simboli, le icone scolpite nella memoria. In queste pagine capiterà di incontrarne parecchie: Morandi, il ragazzo ye ye 
che andava a cento all’ora, e Vecchioni; il casco d’oro di Caterina Caselli e la signorina snob Franca Valeri; Fellini e Arbore; l’orma del primo uomo sulla Luna e la messa laica delle partite la domenica alla radio.
La Grande Inter del Mago Herrera, con il suo mantra Venceremo de seguro, è una di quelle icone.
Tutte insieme scandiscono la storia di tutti noi che fummo bambini, e del nostro Paese allegro come mai più lo sarebbe stato.
Ho scritto queste pagine non solo per ricordare il tempo in cui i nostri sogni erano ancora intatti, ma soprattutto per scacciare il pessimismo che oggi ci impedisce di cogliere quelle piccole e grandi cose, tutte irripetibili, che saranno domani la nostra nostalgia.
Le ho scritte, in fondo, per ricordare, ai ragazzi di ieri e di oggi, l’importanza di riconoscere, in qualunque circostanza, la straordinaria bellezza del vivere.

Michele Brambilla

È vicedirettore de La Stampa. In precedenza ha lavorato diciotto anni al Corriere della Sera, è stato...
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