Sono venuti a prendermi la vita
«Yo me llamo Barbara Reyes» dice uscendo da sotto il letto, dove si era nascosta. Ha solo quattro anni e mezzo e nulla più: non ha mai avuto una bambola, non ha mai assaggiato marmellata. Ma sa chi è, e lotta per difendere la sua identità, lanciandola come una sfida negli occhi di quella signora impellicciata dalle unghie dipinte, venuta da lontano, carica di doni, per portarla via.
Si chiama Barbara Reyes, è nata in Cile, è stata abbandonata dalla madre biologica a poche settimane ed è stata cresciuta in affido in una bidonville fuori Santiago. La sua tata e gli altri bambini sono la sua realtà, la sua vita, la sua famiglia. Una vita povera, ma felice. Finché la signora impellicciata e suo marito, un giorno di luglio del 1983, la strappano dal suo mondo e la portano con loro in Francia. Per lei, quello non è un atto d’amore. È un rapimento.
Ora, a ventisei anni, Barbara ripercorre tutte le tappe della sua adozione: il trauma violentissimo di lasciare la sua casa e il Cile, lo spaesamento, la paura e la rabbia. E poi, crescendo, il senso di inadeguatezza, la depressione, i tentativi di suicidio, i centri di cura. Per sfuggire ai ricatti affettivi, alle crisi di identità, ai mille dubbi che hanno minato la sua infanzia e la sua adolescenza. E, soprattutto, al peso di una gratitudine imposta, come fosse scontata, e alla frase che si è sentita ripetere per tutta la vita: ‹sei stata adottata, ti è stato dato tutto e non avevi nulla, ora non puoi che essere felice›.
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