Kualid vive con sua madre e il nonno nella periferia di una Kabul dominata dai talebani e devastata dalle guerre. Ha dieci anni, lo sguardo sveglio e due incisivi un po’ sporgenti, per colpa dei quali suo cugino Said gli ha affibbiato il soprannome di “sorcio”. Si guadagna la vita riempiendo con la pala le buche sulla strada per Jalalabad, sperando in una moneta di ricompensa dai camion di passaggio.
Ha fantasia Kualid, la fantasia di tutti i bambini, o almeno quella consentita a un bambino cresciuto in una zona di guerra. Ma ha un cruccio: non riesce a sognare. O meglio, ci riesce a volte di giorno, quando è sveglio, ma quelli tutt’al più sono pensieri, gli ha detto Said, che anche per questo lo prende in giro. È di notte che non riesce a sognare, Kualid. Non ci è riuscito nemmeno quando ha rubato i nastri delle videocassette che i talebani avevano legato a una mitragliatrice, per ricordare a tutti che musica e immagini sono proibite. Proibite come gli aquiloni, e come tante altre cose a Kabul. Sarà l’incontro con Babrak, il calligrafo che collabora con gli occidentali che hanno aperto un ospedale in città, a fargli conoscere il mondo dei disegni e dei colori. Sarà la scoperta di quel mondo che permetterà a Kualid di riuscire finalmente a sognare.