Il ragazzo che parlava col vento
L'anno in cui è venuto al mondo, lì nel sud della Birmania il raccolto era stato molto buono e gli animali erano belli grassi. Così gli aveva detto sua nonna, che agli occhi di Pascal pareva quasi una creatura mitica, con quel lungo collo incastonato in una spirale di anelli dorati. Secondo le credenze della sua gente era di buon auspicio, segno che la sorte sarebbe stata benevola con lui. E così è stato per molti anni, fintanto che la Storia, la politica e le vicende drammatiche del suo Paese sono rimaste estranee alla sua vita. Ma quando, per proseguire i suoi studi, si trasferisce a Mandalay, la seconda città della Birmania, Pasacal si sveglia da un sogno. Dietro le parole seducenti della propaganda di regime si cela una realtà sordida, fatta di violenza e di spregio dei più elementari diritti. Sotto i suoi occhi di ragazzo cresce il dissenso verso un governo che non ammette il proprio fallimento. Di fronte alle proteste degli studenti e dei monaci affogate nel sangue, alle brutalità di cui è testimone, Pascal non può rimanere indifferente, e inizia la sua ribellione. Dopo aver sofferto e aver visto morire persone care, sceglie la strada della denuncia. E ci regala un libro che il New York Times ha definito «lo splendido ritratto di una nazione sofferente.
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