Il libretto rosso
Hanno chiesto a Vauro se ora che la destra non è più al governo come autore satirico è preoccupato, se teme la sottoccupazione, se gli manca. Ha risposto: «Qualche mese fa mi hanno tolto i diverticoli... secondo te, mi mancano? La satira è come un riflesso di Pavlov, deve colpire chi si trova a tiro, e chi pensa che esista qualcosa o qualcuno di fronte cui è preferibile posare la penna o il pennarello, è meglio si metta a fare altro. In questi anni alla sinistra ho riservato le attenzioni che hanno fatto più incazzare. Li sfotto meglio perché li conosco meglio. Non so bene dove vadano, ma tanti vengono da dove vengo io. E poi noi siamo notoriamente gente che solo quando si martella un po’ gli attributi si sente bene». Dal crollo del Muro e le lacrime della Bolognina al primo post-comunista al Quirinale, Il libretto rosso (ovvero: la Cazzata Potiomkin) ripercorre trent’anni di storia della sinistra da Seconda Repubblica. Una sinistra, come scrive Giulietto Chiesa nel suo saggio introduttivo, «infessita a tal punto da non essere più capace di capire cosa sta succedendo, in che mondo si trova, quali sono i rapporti di forza». È una storia in tempo reale. Perché, come ha sentenziato Mao Tse Tung, «la critica va fatta a tempo; è vizio vano quello di criticare dopo».
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