Il paesaggio è immerso nel bianco, ma non ricorda una cartolina. È una natura ostile quella che si offre alla vista in quel mattino di dicembre: una vertigine di ghiaccio sferzata dalla bufera. E c’è una sagoma scura, in lontananza, che sporca l’orizzonte. Come una farfalla gigante. Forse un’aquila, rimasta intrappolata tra i cavi della teleferica che porta alla centrale idroelettrica. Solo da vicino la realtà si svela in tutto il suo orrore: a penzolare a duemila metri d’altezza, in quella valle dei Pirenei, è un cavallo decapitato.
Chi sia stato ad appenderlo lassù, e come, è un mistero che diventa oggetto d’indagine con priorità assoluta, perché il proprietario del purosangue e della centrale è uno degli industriali più ricchi e potenti di Francia. Mai il comandante Martin Servaz, della polizia di Tolosa, si era visto assegnare un’inchiesta più strana. E per di più in un habitat così poco consono a lui, cento per cento uomo di città e zero per cento atletico, ipocondriaco e allergico alle altitudini.
Il caso assume risvolti inquietanti quando sulla scena del crimine viene ritrovato il dna di un famoso killer seriale: rinchiuso – questo è il punto – in un istituto psichiatrico della zona definito di massima sicurezza. Proprio lì, lo stesso giorno, ha preso servizio una giovane psicologa di belle speranze, Diane Berg, ignara di ciò che l’attende.
Da strade diverse, Berg e Servaz si addentreranno nei meandri di un piano criminale pericolosamente giocato al confine tra ragione e follia. Per entrambi, una sfida con l’abisso: fuori e dentro di sé.