Varsavia, 1941. Adam aveva nove anni ed era alto un metro e ventisei; misurare la sua statura era uno dei passatempi con cui lui e il prozio ingannavano la monotonia della vita nel ghetto. È nel filo spinato che separa quell’isola dimenticata nel cuore della città dal mondo esterno che, all’alba di un giorno d’inverno, viene ritrovato il suo corpo senza vita: nudo, la gamba destra amputata sotto il ginocchio. Poi è la volta di Anna, quindici anni: anche lei è stata gettata nel filo spinato, ma a mancarle è la mano destra.
La lotta quotidiana per la sopravvivenza non lascia il tempo di soffermarsi sulle analogie che legano i due delitti: quando l’orrore è all’ordine del giorno, analizzarne i dettagli è una pratica che può condurre alla follia. Eppure, proprio nei particolari può celarsi la verità. E la sua ricerca diventa l’unica ragione d’essere per Erik Cohen, prozio di Adam nonché ex psichiatra nella precedente vita da uomo libero, ora tormentato dal senso di colpa. Quando Adam è scomparso, infatti, era sotto la sua tutela; è stato lui a dargli il permesso di uscire a giocare, facendogli promettere di non allontanarsi dalla strada, neanche se i marziani fossero atterrati sulla sinagoga e gli avessero chiesto di negoziare un trattato di pace.
Guidato da enigmatici indizi rinvenuti addosso ai cadaveri e da anagrammi che lo introducono in un mondo sotterraneo di contrabbandieri e collaborazionisti, l’uomo inizia un’indagine personale. Non avrà pace finché non avrà compiuto la sua vendetta. Non avrà giustizia finché non sarà certo che la memoria dell’accaduto sarà tramandata nel tempo.