È domenica. Il Marassi di Genova echeggia del boato dei tifosi in fibrillazione per una delle partite più importanti della stagione. Pubblico e squadre sono in attesa che il gioco riprenda dopo l’intervallo, ma l’arbitro Ferretti non compare. A un tratto l’annuncio che la partita è sospesa. Oltre la porta chiusa a chiave dello spogliatoio, il corpo del direttore di gara pende da un gancio sul soffitto. È una bomba per il mondo del calcio italiano. Impazzano i dubbi, le voci, le malignità. Tutti sussurrano la parola che non si può dire: corruzione.
Quando il commissario Luciani arriva sul posto, la prima sensazione è di trovarsi di fronte a un suicidio. E d’altra parte è la tesi che fa più comodo: Ferretti era depresso, la moglie lo stava lasciando e lui si è tolto la vita. Questa dev’essere la versione ufficiale.
Ma ci sono dettagli che non tornano. E Luciani non ci sta a fare il gioco di chi vuole insabbiare la vicenda, perché l’odore di marcio gli arriva alle narici, anche se sono a più di un metro e novanta d’altezza. Per lui la verità non è fatta di compromessi; non li concede nemmeno a se stesso. È magrissimo, vive in un orrendo monolocale, non mangia quasi e beve solo Lemonsoda. E su questa faccenda andrà fino in fondo. A costo di farsi nemici molto potenti.