In occasione del nuovo libro di Cristina Obber, L'altra parte di me, la nostra editor Chiara Fiengo ha fatto qualche domanda all'autrice. Ecco le sue risposte.

Tu sei una scrittrice attenta al sociale e al mondo degli adolescenti. Dopo “Siria mon amour” il tuo nuovo libro parla di un altro tema attualissimo: l'omosessualità. Da dove ti è arrivata l'ispirazione per questo romanzo?

Dall’incontro con due ragazze teneramente abbracciate. Ma non solo. Da una vita di amicizie, incontri, chiacchiere, confidenze che ti rimangono dentro. Dallo scoprire, attraverso il mio lavoro nelle scuole, che tra ragazzi e ragazze rispetto all’omosessualità c’è ancora molta confusione e disinformazione. Dalla rabbia per l’ottusità e l’integralismo che alimentano l’omofobia in un paese che amo e vorrei veder crescere.

"Di amare non si decide, accade". Nel tuo romanzo è molto forte l'idea di "ugualità" dell'amore, a prescindere dalla persona di cui ci si innamora, contrapposta all'idea di "diversità" a cui spesso l’omosessualità viene associata. Perché è così importante per te questa ugualità?

Detesto incasellare le persone in categorie, anche per ciò che riguarda i sentimenti e la sessualità. Siamo esseri umani, colorati di tante sfumature, intime e personali.
Significa anche che quando entro in relazione con una persona comunico attraverso quello che ci unisce e non quello che abbiamo di differente. Cerco il punto di contatto, e intorno a questo costruisco una relazione dove piano piano entrano anche tutte le nostre differenze, che diventano confronto, bagaglio, a volte leggero a volte ingombrante. Sempre stimolante, comunque. Amo guardare le differenze con curiosità, non ne ho paura. L’unica cosa di cui ho paura negli esseri umani è la malvagità.

Francesca, una delle due protagoniste, decide di raccontare ai genitori del suo amore senza indugi. Quanto conta, secondo te, l'accettazione da parte della famiglia nell'esperienza del ‘coming out’?

Credo sia fondamentale per una costruzione serena della propria identità e per tenere i piedi saldi a terra e sentire di occupare il proprio spazio nel mondo.
Spero che molti adulti si identifichino con i genitori di Francesca, con le loro difficoltà, i loro muri invalicabili. Muri che si sgretolano quando capisci che non c’è proprio niente di cui avere paura, ma che intanto logorano e sfiniscono tutti in quella che nel libro definisco “la fatica inutile”.

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre di più di legge sull'omofobia e equiparazione dei diritti. Come scrittrice per adolescenti quale responsabilità senti rispetto a queste tematiche?

L’omofobia è una costruzione culturale, non siamo sempre stati così gretti.
È paradossale che stiamo ancora a parlare di leggi che non avrebbero necessità di esistere se fossimo meno spaventati, meno condizionabili o manipolabili, se fossimo un po’ più felici.
Nel mio libro ho raccontato una storia d’amore perché l’amore fa bene. Fa bene a me che l’ho scritta e pagina dopo pagina mi ci sono appassionata, ho trepidato e sofferto e gioito con le protagoniste, e spero farà gioire anche chi la leggerà.
Ognuno di noi ha la sua piccola responsabilità quotidiana di fare una scelta: o per l’amore o contro l’amore. Io sono per. Io per l’amore faccio il tifo, sempre.