Ci sono molti modi di mantenere viva la memoria dell’Olocausto, e quello raccontato ne Il maestro di Thomas Saintourens è insolito, per questo ho scelto di pubblicarlo. Il protagonista, reale, di questa storia è un italiano, Francesco Lotoro, sconosciuto ai più, ma a suo modo un eroe silenzioso. Un musicista che un giorno scopre di avere una missione: trovare la musica composta nei campi di concentramento dai prigionieri e farla rivivere, suonandola, come avrebbero voluto i compositori. Da vent’anni Lotoro gira il mondo, visita biblioteche, rovista archivi, fa anche un po’ il detective. Come quando un’anziana sopravvissuta di Tel Aviv gli ha canticchiato poche parole di una canzone, che una certa Frida cantava nelle baracche di Auschwitz per rallegrare le compagne. Da questi pochi elementi, Lotoro risale a Frida Misul, cantante livornese, a cui è intitolata una via nella sua città. Ormai il repertorio di Francesco Lotoro è sconfinato, ma lui non ha ancora finito di cercare e suonare la musica dei prigionieri. Immaginare un Josef Kropinski che si ritira nel posto più sicuro di Buchenwald, la sala di dissezione del laboratorio di patologia, dove nessuna SS si sarebbe avventurata di notte, per poter comporre in santa pace, o un Giovanni Guareschi (sì, proprio quello di Don Camillo) che scrive critiche maligne ai tedeschi camuffandole da favole, rende l’idea di come la musica possa essere un potente strumento di libertà. Vi consiglio Il maestro perché è un inno alla capacità di resistenza degli uomini nelle avversità.