Con la loro pretesa di essere sempre giovani, genitori e nonni hanno scippato ai figli la giovinezza: lì dove gli adulti non fanno gli adulti, i giovani, giocoforza, non possono fare i giovani. Qui parte la riflessione ed analisi di Armando Matteo nel suo nuovo libro Tutti giovani, nessun giovane. Abbiamo raggiunto l'autore per approfondire alcuni temi trattati.

 

Don Armando, nel suo nuovo libro "Tutti giovani, nessun giovane" tratta un tema molto attuale, ovvero "la fatica a essere giovani". Ci può spiegare come ha avuto inizio questa sua analisi e riflessione?

Per un lungo periodo, ho avuto la fortuna e la gioia di lavorare con gli studenti universitari, in particolare con quelli appartenenti alla FUCI, un’associazione cattolica molto antica e assai vivace che vanta tra i suoi assistenti nazionali papa Paolo VI, che a ottobre sarà proclamato santo. In quegli anni, ho incontrato un incredibile numero di giovani con dentro un’energia straordinaria, come è naturale che sia a quell’età, con tanti sogni ed anche con tanta voglia di cambiare il mondo. Ma proprio lì ho potuto toccare con mano la difficoltà di questi ragazzi, subito dopo la laurea, di inserirsi nei circuiti lavorativi, di mettere su famiglia, di far sentire la propria voce. Di avere, insomma, la possibilità concreta di ereditare il mondo per renderlo migliore. Perché questo è il compito dei giovani. Ho preso così coscienza che noi adulti siamo diventati crudeli, cinici, egoisti. Amiamo di più la nostra fasulla giovinezza che i giovani veri; preferiamo i nostri capelli tinti e le tette rifatte ai nostri figli. Dimentichiamo colpevolmente che l’energia, la forza, il fiuto per la novità che i ragazzi possiedono fra i 20 e i 30 anni sono doni inestimabili, perché il nostro mondo non invecchi troppo precocemente. Andrebbero, dunque, attivati al più presto e invece quel che questo nostro mondo adulto sa dire alle sue energie migliori è che di loro non c’è bisogno. Ci siamo ancora noi che a 60, 65 anni ci sentiamo tutti giovani, facendo però fuori i giovani veri.

A suo parere, c'è un crescente ateismo giovanile?

Basterebbe leggere i titoli di qualche indagine recente sul sentimento religioso delle nuove generazioni per averne conferma. Penso al testo di Franco Garelli Piccoli atei crescono, penso all’indagine del prof. Stephen Bullivant sui giovani europei, penso ancora alla recente indagine del Barna Group sulla popolazione giovanile degli USA e intitolata Atheism Doubles Among Generation Z, senza dimenticare le numerose indagini condotte dal Pew Research Center. Certo, va subito aggiunto che qui non si tratta di una presa di posizione “contro” Dio o “contro” la Chiesa. Siamo piuttosto davanti a un larghissimo numero di giovani, maschi e femmine, che stanno imparando a vivere “senza” Dio e “senza” la Chiesa; giovani che non sanno più fondamentalmente rispondere a una semplice questione: “Ma cosa significa essere cristiani, quando non si è più bambini?”. E questo perché i loro genitori e i loro adulti di riferimento, da tempo, hanno tolto dal centro dei loro interessi ogni relazione significativa con l’universo del religioso. Noi generazioni adulte siamo sempre di più generazioni postcristiane.

Viviamo in una società dove gli adulti vogliono fare i giovani: come creare spazi educativi e liberi per i "giovani che devono fare i giovani"? 

Nel testo ricordo una bellissima espressione di Hannah Arendt, la quale dice che l’educazione è per noi adulti sempre una questione di amore: di quanto amore abbiamo per la vita, per il mondo, per questo pianeta, che senza l’apporto di forza e di novità dei giovani, dei nostri figli, rischiano di stagnare e di impoverire a dismisura; e, nello stesso, tempo, di quanto amore abbiamo per i nostri giovani, per i nostri figli, lasciando loro questo mondo, perché anch’essi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di nuovo, di rinnovarlo per il bene di tutti. Ci vogliono dunque adulti generativi, generosi, aperti, innamorati dei giovani più che della giovinezza. Si tratta, dunque, di rimettere in circolo il vero segreto di una vita umana riuscita, che non è l’effimera ebbrezza di sentirsi dire a 60, 70 anni suonati quanto si è giovani, ma piuttosto quello per il quale “la vera gioia è dare gioia”. Questo libro è perciò un pressante appello: un appello a cogliere quel grido di fatica dei giovani “ad essere quello che devono essere”, in mezzo a una massa di adulti che non sono quello che dovrebbero essere. Un grido che papa Francesco ha coraggiosamente inteso mettere al centro del prossimo Sinodo dei Vescovi.