In occasione della Giornata della Memoria, pubblichiamo la Prefazione di Ferruccio de Bortoli al libro Fino a quando la mia stella brillerà, di Liliana Segre con Daniela Palumbo. Un libro che affida ai giovani l'importanza della memoria; come scrive Daniela Palumbo nel prologo: "Quando racconta la sua storia nelle scuole, Liliana porta con sé una speranza: che i ragazzi, i più tenaci e sensibili diventino avamposti di pace e da adulti diventino custodi del bene, attenti a non far crescere i semi di odio e disprezzo che hanno permesso che tutto questo accadesse."

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   Chi salva una vita salva il mondo intero, recita un detto del Talmud. Ma anche chi racconta la propria vita può contribuire a salvarlo. Soprattutto se è una vita eccezionale. Una vita che ne racchiude idealmente tante altre che non ci sono più. Liliana Segre scoprì all’età di otto anni di essere diversa dai suoi compagni. Diversa perché ebrea. Le leggi razziali le proibirono di frequentare la sua amata scuola. Espulsa. Un’infamia italiana, e sottolineo italiana, che tutti più o meno conosciamo, ma di cui forse abbiamo perduto con il tempo la dimensione della sua ferocia oltre che della sua ingiustizia. Provate voi che leggete questo testo a immaginare che un giorno i vostri figli non possano andare più a scuola, né uscire di casa senza essere additati come “sporchi ebrei” o insultati per non dire di peggio. E parliamo soltanto di una delle terribili conseguenze delle leggi razziali del 1938, solo di una fra le tante che ancora sono scolpite nella vergogna nazionale della nostra storia. E provate a pensare che un giorno la vostra famiglia per lo Stato non esista più. Come cancellata. E per giunta esposta al dileggio del pregiudizio, al populismo dell’ignoranza.
Quando abbiamo cominciato a costruire il Memoriale della Shoah di Milano, al binario 21, da cui è partita anche lei per Auschwitz il 30 gennaio del ’44, Liliana ha voluto che venisse apposta all’ingresso una scritta a grandi caratteri: Indifferenza. La malattia della società che spalanca la porta ai carnefici, anzi crea loro il terreno favorevole: qualche giustificazione abborracciata e persino apparenti ragioni fondate sull’ignoranza e la viltà. Un’indifferenza generale, di cui non si coglie al momento la portata devastante di violenza e pregiudizio. “Perché se qualcuno ti affronta – scrive Liliana in questo libro – e ti vuol fare del male tu ti difendi. Ma quando tutto succede nel silenzio generale, come fu allora, come fai a difenderti? Da che cosa?”. Le amiche non le parlarono più, non la invitarono più. Quanta intima violenza è nascosta in piccoli quotidiani gesti di indifferenza. Anche una volta tornata a casa, a guerra conclusa, Liliana si scontrò con questo sentimento di egoismo e di ignoranza. Sopravvissuta alla Shoah, dovette per lunghi anni scontare anche lo sguardo assente dei suoi concittadini ritrovati, quasi dovesse ancora pagare per una colpa propria, l’essere ebrea. Quasi dovesse ringraziare per essersi salvata. Si capisce perché così a lungo, gli ebrei sopravvissuti non parlarono della persecuzione. Avevano la sensazione che non sarebbero stati capiti, ma giudicati ancora una volta. Molti provarono persino vergogna e cercarono di cancellare l’orrore dalla loro stessa memoria in una faticosa ansia di normalità. I “giusti” non mancarono. Non furono nemmeno pochi. Anche nella storia di Liliana: Susanna, la domestica della nonna; i signori Pozzi che la ospitarono in val d’Ossola; Luigi Strada, amico del padre, che si offrì di accompagnarla a Castellanza nei mesi trascorsi da sfollati dopo l’8 settembre e nel tentativo fallito di fuggire in Svizzera. Oppure Violetta che l’abbracciò piangente quando nel carcere di Varese fu separata dal padre e ritrovò nei quaranta giorni trascorsi a San Vittore prima della deportazione dal binario 21 della stazione Centrale.
Liliana nel lager non era una persona. Era un corpo, per fortuna giovane e integro, capace di resistere al freddo e alla fame. Era un pezzo, con quel numero che restò inciso per sempre nella sua pelle. Ma conservò la libertà di pensare, di sognare, di immaginarsi altrove, di aggrapparsi a una stella solitaria nel cielo che copriva un panorama di morte. Non concesse ai suoi carcerieri il dominio della sua mente, la soddisfazione di cominciare a morire dentro. Non si arrese mai. Elevò davanti a sé una sorta di diaframma che le impediva di guardare tutte le atrocità che venivano commesse intorno a lei. Per sopravvivere, per non spegnersi nella rassegnazione. I nazisti non riuscirono a ridurla a un pezzo informe. E nemmeno a infondere in lei un desiderio di vendetta. Quando ebbe la possibilità di impugnare una pistola e sparare a un suo carceriere non lo fece. “Non diventerò mai come voi”. Gli aguzzini cominciarono ad essere sconfitti così, molto prima dell’arrivo degli Alleati e della liberazione.
Il lettore può immaginare la gioia che colse Liliana al suo rientro a Milano, nell’estate del ’45, accompagnata da un’amica di sventura, Graziella Cohen, ma non quanto sia stato difficile e lungo il ritorno alla normalità. La società, i suoi stessi familiari che l’avevano accolta, erano percorsi dall’ansia e dal bisogno di dimenticare in fretta. Lei non poteva dimenticare. Era partita con un papà che non era più tornato, come i nonni paterni. Non era rientrata - e non rientrerà più - nella sua casa di corso Magenta. Indietro negli studi, il rapporto con i propri coetanei complesso e inesistente. Poi l’incontro con Alfredo, anche lui deportato, l’amore e il matrimonio a soli vent’anni.
Liliana decide di diventare testimone della Shoah soltanto nel ’90. Non so quante migliaia di volte abbia parlato, ricordato e rivissuto in pubblico il proprio dolore. Io le sono stato accanto in numerose occasioni e ne ho colto appieno fatica e struggimento. Sono stati momenti di grande emozione, di cui le sono grato. Vissuti insieme a centinaia di ragazzi che attraverso le sue parole hanno capito quanto possa essere profondo l’abisso del male e quanto sia facile e persino invitante la strada per arrivarci. Attimi che hanno restituito alla vita, attraverso la memoria, il padre di Liliana, i nonni, l’amica Janine e i tanti che hanno condiviso con lei la tragedia della Shoah. Ritornate persone, anziché pezzi e numeri incisi. Ritornati tra noi grazie alle virtù balsamiche della memoria. Già la memoria, il prezioso e a volte introvabile antibiotico della civiltà.

 

Ferruccio de Bortoli, Prefazione a Fino a quando la mia stella brillerà di Liliana Segre con Daniela Palumbo

 

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