Sigismondo e Isotta è un romanzo che non nasce da un’intenzione, ma da un’emozione. Un’emozione imprevedibile e inaspettata che non ho cercato ma che mi è venuta incontro con prepotenza, coinvolgendomi così profondamente da indurmi a cambiare binario. La mia vita, spalmata da oltre vent’anni fra Bologna, dove sono nata, e Roma, dove mi sono laureata e lavoro come autore televisivo, da sempre è legata a doppio filo alla Romagna dove, fra Riviera e collina, ho trascorso tutte le mie estati. In questa terra fatta di sorrisi genuini, cibo buono, mare e campi di grano, io e la mia famiglia qualche anno fa acquistammo un nido di casa posto davanti all’imponente rocca malatestiana di Montefiore Conca. Fu il sindaco del piccolo borgo a chiedermi di scrivere qualcosa su Costanza Malatesta, giovane donna morta tragicamente nella rocca nel 1378. Accettai con entusiasmo e iniziai a documentarmi.

In un libro che narrava le biografie delle figure femminili della dinastia romagnola, m’imbattei per la prima volta in Isotta degli Atti e ne rimasi fortemente affascinata, al punto da iniziare a cercare e leggere tutti i libri che trovai sul suo tempo e su Sigismondo Pandolfo Malatesta, l’uomo di cui da sempre era stata innamorata. M’imbattei in pesanti volumi scritti da storici di varie epoche. Scoprii che Gabriele D’Annunzio ebbe l’intenzione di scrivere di Sigismondo e Isotta nella sua trilogia malatestiana, senza mai portare a compimento il progetto. Così, dopo mesi di voraci letture, decisi di andare a visitare il monumento in cui sono sepolti e che è testimone silenzioso della loro storia, ovvero il Tempio Malatestiano di Rimini.

Vi entrai in un giorno d’estate di qualche anno fa, trovando immediato ristoro dalla forte calura del pomeriggio. Rimasi ammaliata dalla bellezza e dalla particolarità di quel luogo la cui iconografia richiamava a qualcosa di diverso rispetto a ciò che si è soliti vedere in una chiesa. E in mezzo a putti gioiosi, segni dello zodiaco, grappoli d’uva e antichi profili, trovai loro. Rimasi sopraffatta dall’idea che tutto, o quasi, in quel luogo fosse esattamente come Sigismondo aveva desiderato e voluto. Provai un’emozione indescrivibile nel constatare che le intenzioni, le passioni e l’amore del signore di Rimini, grazie all’arte erano rimasti cristallizzati nel tempo, e che dopo oltre seicento anni erano lì, vividi davanti ai miei occhi. Rimasi nel Tempio per un paio d’ore e ne uscii con la convinzione che quella giornata avrebbe rappresentato un diaframma nella mia vita. Che ci sarebbe stato un prima e un dopo quel magico incontro. Quando presi coscienza del fatto che nessuno prima d’ora aveva raccontato la storia di Sigismondo e Isotta nell’ottica del loro amore, iniziai a sentire che forse dovevo farlo io anche se tale scelta avrebbe comportato uno stravolgimento della mia vita. Dovevo trovare il coraggio di cambiare binario e di salire su un treno lento e sconosciuto, senza sapere dove mi avrebbe portato.

Provai a riprendere le mie abitudini come nulla fosse, ma Sigismondo e Isotta avevano ormai colonizzato la mia mente e il mio cuore. Dopo un anno trascorso a macerarmi sforzandomi di fare il mio lavoro, compresi che non avrei voluto un giorno ritrovarmi a cullare un rimpianto. Così lasciai Roma e tornai in Romagna, dove all’ombra della Rocca di Montefiore Conca iniziai a scrivere di Sigismondo e Isotta, alimentando la passione con la ricerca e lo studio. Visitai i luoghi che avevano fatto da teatro alla loro storia. Mi recai fino a Parigi per vedere il ritratto che Piero della Francesca realizzò per il signore di Rimini. Scrissi un fiume di parole, stupendomi io stessa delle mie poche incertezze. Dopo mesi e mesi di lavoro, Sigismondo e Isotta, hanno finalmente lasciato il mondo delle ombre per raggiungere la luce che gli era stata indebitamente sottratta. Io sono stata il loro strumento. Non ho scelto. Sono stata scelta.