Quante storie si possono raccontare di una donna? Dieci, cento, mille?

Dove cogliere il mistero della femminilità? Nell'adolescenza, nel trionfo della giovinezza, nel pieno della maturità?

E' un vero dilemma per chi vuole scrivere di una donna.

Ma raccontare di Silvana non è stato difficile.

Sensibile e allegra, professoressa universitaria, attiva, intelligente, piena di relazioni, ben inserita nel ruolo di donna moderna, moglie di grande sostegno per il marito, madre sicura, padrona di casa oculata, navigava con mano ferma attraverso questi anni difficili e sembrava andare verso un approdo certo, ma... improvvisamente tutto è cambiato.

Strani segnali sono apparsi nei suoi comportamenti, nei suoi modi di essere. Sempre attenta al  modo di vestire, con una leggera fragranza, una linea sottile di rossetto, i capelli raccolti, Silvana ha cominciato a poco a poco a trascurare la sua persona, a mostrarsi sciatta, a sfigurarsi il viso con pennellate troppo accese.

Era un gioco, un travestimento, un'esibizione? Purtroppo no.

Io e mia figlia Francesca abbiamo cominciato a capire. Silvana si era smarrita in se stessa: stava perdendo la memoria, e con la memoria il controllo di sé.

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Ma Francesca era quasi sempre a Parigi, in quel periodo: aveva messo su casa e lavorava.

Mi sono sentito sperduto.

Dopo una serie di esami, tac, risonanze magnetiche, scintigrafie, il neurologo ha sentenziato la diagnosi: Alzheimer.

Ho chiesto aiuto a una badante. Ma Silvana la rifiutava. E col rifiuto tutto cadeva sulle mie spalle: dovevo prendermi cura di lei, che intanto mutava, di giorno in giorno.

Dov'era la donna che prima riempiva la casa di sé?

Dov'era la Silvana in cerca della Roma nascosta, la Silvana che gustava il gelato a Piazzale delle Muse, la Silvana circondata dagli studenti che discutevano con lei della tesi?

E più il tempo passava, più aumentava lo stress.

Da Parigi vene in soccorso Francesca. E diventò subito la madre di sua madre.

Di ogni cosa rendevo conto in un diario, che fin dall'inizio della malattia avevo cominciato a tenere per me.

Col tempo è diventato un lungo testo, Quando amore non mi riconoscerai, in cui echeggiano l'angoscia, la perdita del dialogo con mia moglie, la rabbia, la tenerezza, le emozioni.

Ho condiviso questo scritto con mia figlia Francesca, e ci abbiamo lavorato insieme, confrontandoci sui nostri stati d'animo, riuscendo finalmente a confidarci il dolore e a volerci più bene in questa situazione drammatica, ma anche con doni inaspettati d'amore.

Il libro è il frutto del mio, del nostro vissuto, messo a nudo per voi lettrici e lettori che vorrete coglierlo in queste righe, testimoni della trasformazione di una donna e di una storia familiare.

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