Di romanzi ne ricevo e ne leggo davvero tanti. E se dopo la prima pagina continuo a leggere, è già un ottimo segno. È quello che mi è successo con Non è vero. Dopo una decina di pagine ho capito che lo dovevo continuare assolutamente, è una di quelle storie che, quando le incominci, non le molli più nemmeno per un attimo.
Ho letto fino a notte inoltrata, febbrilmente, come non mi capitava da un pezzo. Come definire Non è vero? Un legal thriller, visto che la protagonista femminile è il sostituto procuratore Serena Ainardi? Troppo poco. Un thriller tout court? Tra l’altro, in parte ambientato in alta montagna, in mezzo alla suggestione delle cime e delle nevi. Non basta. Una storia d’amore? Visto che l’altro protagonista, il presunto colpevole (ma, tranquilli, non vi dirò se lo è) di un odioso crimine di molestie sessuali ai danni di una sua alunna dodicenne, il professor Lorenzo Cremona, si è innamorato di Serena (fidanzatissima con uno stronzo borioso appassionato di alpinismo) nelle circostanze meno favorevoli. Avendo a che fare con lei per via del rapporto fra chi indaga e chi è indagato. No, troppo poco anche questo. Perché Non è vero ha tutti questi aspetti ma è molto di più (non sto esagerando): è un grande romanzo di impianto tradizionale e di ampio respiro, che attinge le sue risorse a più filoni. E che liquidare col termine thriller è scelta impropria.
Ho dato solo brevissimi cenni alla storia: non vi voglio togliere il gusto della lettura e la sorpresa, e il brivido che si prova nell’ultima parte, quando inquisitrice e inquisito, per uno di quegli scherzi che la sorte riserva ai mortali, diventati entrambi preda di spietati “cacciatori”, vivono insieme una bruttissima avventura. Lo vedrete da voi. E sono certo che condividerete il mio entusiasmo per questo romanzo.