In occasione dell’uscita del thriller di Romano De Marco, L’uomo di casa, Francesca Lang, editor del libro, ha rivolto all’autore 5 domande.
Pubblichiamo in anteprima l’intervista all’autore: dal 24 gennaio potete trovare in libreria il suo libro, disponibile anche in ebook.

   Il tuo nuovo thriller, L’uomo di casa, è ambientato negli Stati Uniti. Come mai hai deciso di spostarti dall’Italia e perché hai scelto proprio la provincia americana?

Ho voluto creare una netta discontinuità con i miei precedenti romanzi, tutti noir polizieschi ambientati in città italiane (se si esclude il thriller gotico A casa del diavolo che ha come teatro un paesino nelle montagne abruzzesi). Ho la fortuna di conoscere molto bene i luoghi che ho descritto ne L'uomo di casa perché ho una sorella che vive da oltre dieci anni negli Stati Uniti, con la sua famiglia, proprio nella cittadina di Vienna, in Virginia, a poche miglia da Washington DC e un nipote che risiede e lavora a Richmond. Sono i luoghi in cui si svolge l’azione del romanzo. In particolare, la zona in cui  vive Sandra Morrison, la protagonista, fa parte di un’America molto ricca dove la vita è fortemente condizionata dalla presenza dei grandi apparati militari del Pentagono, della sede della CIA, a Langley e del FBI a Quantico. Sono luoghi che frequento ogni anno e che mi affascinano perché ricchi di suggestioni e spunti narrativi. Non a caso, in quell’area sono stati ambientati numerosi film e serie TV di successo.

Il tuo romanzo è ambientato in parte nel presente e in parte trent’anni fa, dove una donna, la Lilith di Richmond, compie crimini efferati senza mai essere scoperta. Ti sei basato su fatti di cronaca che ti hanno colpito o è tutto frutto di finzione? In che modo la cronaca colpisce la mente e l’immaginazione di uno scrittore di noir.

Il crimine narrato all’inizio del romanzo (che, in realtà, accade fuori scena) doveva essere particolarmente odioso ed efferato per creare empatia e angoscia nel lettore e assumere i contorni di “caso irrisolto del secolo”. Ho provato a immaginare la cosa peggiore che mi venisse in mente e ho descritto il rapimento e l’uccisione di alcuni neonati. Purtroppo, come mi è capitato in altri casi, ho dovuto constatare che la fantasia di chi scrive è spesso superata dalla realtà. A novembre 2015, quando la scrittura del romanzo era quasi ultimata, rimasi sinceramente sconvolto nell’apprendere di un caso di cronaca in tutto e per tutto simile a quello che avevo inventato, verificatosi a Wallenfells in Baviera. Solitamente cerco di non ispirarmi a fatti reali, anche per non rischiare di turbare o offendere i parenti delle vittime o chi, in un modo o nell’altro è rimasto coinvolto nell’evento. Ma poi accadono di queste cose e mi rendo conto che ogni precauzione di questo tipo si rivela inutile.

Sandra Morrison, la protagonista del tuo romanzo, è una donna in crisi. Dopo la morte del marito, ucciso da una prostituta, la sua vita va in pezzi. Da un lato per la solitudine a cui è costretta, insieme alla figlia adolescente, dall’altro perché si rende conto che l’uomo che ha amato le ha sempre mentito. Credi che sia possibile, nell’era dei social e dell’ossessiva condivisione della propria vita privata, nascondere completamente una seconda vita?

Non solo credo sia possibile ma ritengo, purtroppo, che sia molto frequente. C’è un film dello scorso anno che ha giustamente riscosso un grande successo, in Italia, “Perfetti sconosciuti” che nella sua frase di lancio recita  “Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta”. Per la maggior parte delle persone, oggi, è esattamente così. La creazione di vite parallele, virtuali, segrete, testimonia  l’insoddisfazione diffusa, la voglia di evasione e di trasgressione a cui, in un modo o nell’altro siamo un po’ tutti soggetti. Sandra, la protagonista del mio romanzo, si troverà a fare i conti con aspetti della vita del suo defunto marito, che non avrebbe mai immaginato. Ma la scoperta di questi segreti non avverrà attraverso i social, bensì con una indagine “sul campo” vera e propria che la esporrà a pericoli reali…

Nel tuo romanzo, le donne sono vittime e carnefici. Quando, però, svelano il loro lato più oscuro non lo fanno per difendere se stesse, ma coloro che amano. Credi sia così anche nel mondo reale?

Non c’è dubbio che l’istinto di maternità (un attributo naturale presente in tutte le specie animali) contribuisca a rendere le donne forti e determinate nella difesa di coloro che amano, in particolare i figli. Ma il romanzo non gioca solo su questo aspetto. Per me l’universo femminile è meravigliosamente complesso e ricco di sfaccettature nelle quali, da autore, cerco di addentrarmi con grande interesse e umiltà. Non a caso, la prima bozza de L'uomo di casa è stata sottoposta a un gruppo di lettura di quindici donne (Falling Book, coordinato da Samanta Picciaiola) che ha espresso il proprio parere e le proprie osservazioni sul modo nel quale ho delineato i vari personaggi femminili. E’ stato un lavoro molto stimolante e creativo che mi ha permesso di migliorare notevolmente la stesura finale.

C’è sempre un personaggio a cui il narratore affida la propria voce. A quale personaggio hai affidato la tua ne L’uomo di casa?

In genere, nei miei romanzi, alterno voce narrante a terza persona onnisciente. In passato ho utilizzato anche più di una voce per illustrare il punto di vista dei vari personaggi. Si trattava, però, di romanzi più “corali” dove non c’era un vero e proprio personaggio principale. Ne L'uomo di casa la protagonista è senza dubbio Sandra, una madre, una moglie, una professionista come tante che da un giorno all’altro si vede catapultare dalla normalità di una vita serena e agiata all’incubo della solitudine e dei dubbi sul passato del suo defunto marito. È lei la vera voce narrante del romanzo, il punto centrale sul quale convergono le tante sottotrame che porteranno al finale.

 

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