“Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”, diceva D’Annunzio.

Bene, immaginiamo. Immaginiamo di essere il musicista più famoso del nostro tempo, forse di tutti i tempi. Immaginiamo la ricchezza, la fama, la gloria. I teatri pieni, le conquiste amorose, il rispetto dei potenti e la riverenza della gente comune. I viaggi, gli applausi in ogni angolo del mondo. Immaginiamo di essere costantemente su un palcoscenico, al centro dell’attenzione, sempre alla ricerca di consensi. Immaginiamo di esibirci su una piazza, reale o virtuale, poco importa, ciò che conta è il gradimento, i seguaci, l’approvazione.

Poi, improvvisamente, tutto questo ci spaventa, ci turba.

Immaginiamo, ora, di relegarci a più di trent’anni di silenzio. La lotta quotidiana con l’ansia, la paura, il disagio. Mille malattie nel corpo e nell’anima.

Stiamo parlando della vita di Gioachino Rossini. Forse. O non solo. Può essere che ci riferiamo alle nostre vite ostentate sulle piattaforme dei social, a volte coincidenti con la realtà, altre, in bilico fra ciò che siamo e quel che avremmo desiderato essere, per essere apprezzati e amati.

È, a quel punto, la nostra vita un’opera d’arte?

Vive, un artista, una vita vera o la messinscena della stessa?

E noi, nel nostro quotidiano, esistiamo per quel che siamo, o speriamo di vivere nell’approvazione degli altri?

Da qui sono partita per il mio viaggio nell’animo di uno degli uomini più grandi, complessi, di ogni epoca. Ed è stato un po’ come percorrere me stessa, scoprire il non detto, il taciuto, ciò che di noi vorremmo celare a sguardi indiscreti, estranei, a dispetto della smania di mostrarci, ogni istante, col vestito migliore. Immaginiamo, ora, che un simile viaggio, dentro Gioachino Rossini e dentro di sé, attenda ogni lettore.