Bisognava restare immobili, dimenticare il movimento, insegnare alla mente a non volare, perché se il pacchetto avesse deciso di mettersi in viaggio verso il passato o di fermarsi in una stazione chiamata Speranza, si sarebbe fatto male.

Questa è solo una frase di questo straordinario romanzo, eppure è la chiave che apre la porta a un mondo chiuso, un mondo da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. Un realtà circoscritta in cui si agitano emozioni, sentimenti, slanci di vita, affetti e tradimenti.

E già in questa prima frase incontriamo uno dei personaggi, anzi, una delle protagoniste di questa storia: il pacchetto. E’ un pacchetto insolito, anzi, non lo è per niente, perché è il nome con cui vengono chiamate le bambine che sono state vendute per andare ad arricchire il mercato della prostituzione. In questo caso quello di Kamathipura, il quartiere a luci rosse di Bombay. Le bambine vanno addestrate, bisogna fare in modo che si adeguino alla nuova realtà senza troppe proteste, senza eccessivi rimpianti e soprattutto senza cadere in depressione. Chi aiuterà il “pacchetto”, la piccola Kinjal, a edificare tra sé e quello che l’aspetta una barriera difensiva è Mahdu.

Mahdu è la grande protagonista, il cuore, l’anima, la voce indimenticabile del romanzo. Mahdu è una hijra, una di quelle creature che in India appartengono a ciò che viene definito il terzo genere, transessuali, eunuchi, ermafroditi, persone che, per la storia, fino a poco tempo fa nella scala sociale occupavano un posto inferiore a quello dei dalit, gli intoccabili, che non avevano neanche il diritto di possedere un passaporto. Madhu, ragazzino in un quartiere borghese, figlio di un professore, timido, solitario, soprattutto diverso, non può far altro che cedere a questa sua diversità. Vessato dai compagni, incompreso in famiglia, considerato una vergogna da tutti, fugge per andare a rifugiarsi tra le hijra. Era stato un incontro casuale con un paio di loro a determinare l’inizio di un rapporto in cui, sin dall’inizio, tutti si erano riconosciuti e Madhu aveva trovato nelle sue nuove compagne uno spirito di accoglienza che prima di allora non aveva mai sperimentato.

Per lui, diventata lei, è l’inizio di un’altra vita, una vita in cui si fanno tante cose e molte se ne vedono, e ciò che si vede è soprattutto dolore, sofferenza, rinuncia, asservimento. Ed è forse questa sua capacità di vedere che la mette in grado di aiutare chi non ha difese, chi non è abbastanza forte per resistere al trauma dell’abbandono, alla consapevolezza di essere stata tradita da chi avrebbe dovuto proteggerla.

L’incontro tra Mahdu e la piccola Kinjal è uno di quelli che si potrebbero definire fatali. Apre la strada a un futuro inaspettato, a un timido vento di speranza, a un’imprevista redenzione. Insomma, dà le ali al romanzo.

La grande abilità di Anosh Irani è quella di aver saputo costruire una storia che, per quanto innegabilmente dura, cattura il lettore quasi con la suspense di un thriller, e lo porta in un mondo sconosciuto, esotico e devastante, un mondo di contrasti in cui convivono ferocia e tenerezza, aridità e rimpianti. Un mondo di cui Madhu, la creatura dalle mille sfaccettature, capace di sentimenti delicati e forti, è interprete perfetta.

E di avercela raccontata con una lingua raffinata e ricca, che mescola momenti di crudezza con punte di pura poesia.