Riprendiamo qui un’intervista fatta a Khaled Fouad Allam, uscita su "Il Piccolo" di Trieste, utile a capire i recenti fatti avvenuti a Parigi con l’attentato alla redazione della rivista satirica "Charlie Hebdo". L’articolo riprende alcuni temi già affrontati dall’autore nei suoi libri, l’ultimo dei quali, il Jihadista della porta accanto (che uscirà a breve in edizione aggiornata) approfondisce proprio le domande che oggi sono su tutti i giornali: chi sono i jihdaisti, che cos’è l’ISIS e quali armi abbiamo per contrastare il fondamentalismo e la paura.

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«Non abbiamo capito che il jihadista abita nel palazzo accanto»
di Alessandro Mezzena Lona

Isis è solo un nome. Perchè, in realtà, nasconde la crema della crema dei cattivi maestri del fondamentalismo islamico. Utilizza la tecnica messa a punto da stuoli di sette religiose, arrivate ben prima di loro. Individua i soggetti più deboli, soprattutto giovani immigrati ai margini della società occidentale. E, dopo un poderoso lavaggio del cervello, li schiera in guerra contro quel mondo che ha saputo solo emarginarli. Nasce così il jihadista della porta accanto. Guerriglieri pronti a tutto, come quelli che hanno seminato morte nella redazione parigina della rivista satirica “Charlie Hebdo”. Perché convinti che il modello occidentale vada estirpato. E che sia arrivato il momento di restaurare il grande impero musulmano.
Pochi mesi fa, Khaled Fouad Allam ha raccontato “Il jihadista della porta accanto” in un saggio lucido e inquietante pubblicato da Piemme. «Tra dieci giorni sarà pronta una nuova edizione - dice il docente di origine algerina, che vive da tanti anni a Trieste, dove insegna Sociologia del mondo musulmano -. Tre mesi fa, quando è uscito “Il jihadista”, non avrei mai pensato di dover aggiungere un capitolo a distanza così ravvicinata. Per ragionare su un episodio terribile come la cerneficina della sede di “Charlie Hebdo”».

Come è potuto accadere?
Abbiamo sottovalutato il fenomeno. Senza renderci conto che, accanto a noi, stava prendendo forma un terrorismo di prossimità. Fatto di persone che conosciamo, magari salutiamo per strada. O che abitano nel palazzo accanto a noi. E che un giorno prendono le armi e sparano.

Terroristi nati dal disagio?
Dai curriculum che abbiamo, il disagio di questi ragazzi a contatto con il nostro mondo è evidente. E non parlo solo di problemi economici. Perché il boia che ha sgozzato davanti alle telecamere dell’Isis alcuni prigionieri occidentali non viene certo da una famiglia povera. Anzi, sembra che vivesse in un quartiere chic di Londra.

E allora?
Il disagio di questi ragazzi è soprattutto psicologico, culturale. E i cattivi maestri sono lì pronti a guidarli. A portarli sulla loro strada. Si muovono come i leader di certe sette religiose che conosciamo bene.

Le sette che propongono il modello «noi contro il mondo»?
È il modello che propongono i fondamentalisti islamici. Esarcerbano il conflitto. Ampliano a dismisura la distanza che c’è tra l’Islam e l’Occidente. E, alla fine, riescono a convincere questi giovani che solo con la forza si può cambiare la situazione.

Puntano al conflitto globale?
I terroristi islamici stanno facendo l’impossibile per trascinare l’Occidente in guerra. Prigionieri decapitati, attentati in giro per il mondo. Però, non si deve cadere in questa trappola. E men che meno confondere il mondo islamico con questo gruppo di esaltati.

Come si dovrebbe rispondere, allora?
Accelerando il processo di integrazione della popolazione islamica che vive in Europa, per esempio. Perché i fondamentalisti, al contrario, tentano di creare un abisso tra i due mondi. Soffiano sul fuoco soprattutto tra i giovani. Mirano a fare proseliti tra i soggetti più fragili.

Un bombardamento psicologico?
I fondamentalisti lavorano proprio sulla psicologia degli adepti. Forniscono una visione del mondo talmente negativa che, alla fine, solo il modello proposto da loro risulta veramente accettabile.

Nascono così i kamikaze?
Se dipingi l’Occidente in maniera così negativa da farlo assomigliare a un malattia, a un certo punto resta una sola via: proporre un antidoto che estirpi il morbo alla radice. Così nascono i kamikaze, pronti a sacrificare la propria vita per la causa. Così si formano gli jihadisti, che scatenano la guerra santa per imporre il loro modello di società giusto.

Ma perché colpire “Charlie Hebdo”?
Rappresenta un simbolo forte. Quello della libertà di pensiero, di espressione. Della totale autonomia nel giudizio, nella critica. “Charlie Hebdo”, per i fondamentalisti, non è soltanto una rivista di satira, ma uno dei covi principali del Male. Dal momento che contrasta, senza paura, l’orizzonte stretto degli integralisti. E poi, Parigi non è stata scelta a caso.

Che cosa vuole dire?
Parigi non è, che so, Vienna o Berlino. Con tutto il rispetto per le due città dell’Austria e della Germania. La capitale francese rappresenta un modello di integrazione. Un ponte tra l’Europa e il mondo arabo. Il simbolo stesso della difesa della libertà.

Qualcuno dice che, da tutto ciò, ne trarrà vantaggio Marine Le Pen...
Non è difficile immaginare che, alle prossime elezioni, ci sarà una migrazione di voti. E che il Front Nazional ne trarrà beneficio. Adesso, poi, Marine Le Pen giocherà tutte le sue carte. Come il referendum sulla pena di morte. Però io non credo ai complotti. E non credo neanche che dietro l’attacco a “Charlie Hebdo” ci possa essere una regia occulta.

Non le sembra che le religioni monoteiste finiscano per creare solo guai?
Dipende come si vive la religione. In questo momento qualcuno vorrebbe imporre il proprio credo anche a chi non ci sta. Nel corso della Storia è già avvenuto. Sta alla democrazia far capire che questo non è il modo giusto per vivere la spiritualità.

Appunto, le democrazie: troppo fragili per contrastare i fondamentalismi?
No, se puntano sull’integrazione e non sulla divisione. Se credono nel pluralismo e nella dialettica, non sulle armi e l’uso della forza.
di Alessandro Mezzena Lona

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