Non parlavo, fuggivo gli sguardi degli altri e passavo le giornate a far girare delle ruote.
Non mi sono mai considerato un malato, o un handicappato. Ero sfasato.

La mia infanzia è stata un lungo tunnel da cui avevo solo fretta di uscire. Per tutto il periodo della scuola mi sono sentito ai margini. Non corrispondevo le aspettative che si ripongono nei bambini. Troppo distaccato, troppo lontano, troppo silenzioso, troppo saggio. Avevo troppa poca volontà, velocità, partecipazione, motivazione. I professori mi chiamavano, sorridendo, « cervello lento ». Ho avuto però la fortuna di avere dei genitori capaci di prestare ascolto alla mia diversità. Hanno lottato contro le istituzioni che volevano chiudermi in un ospedale psichiatrico dall’età di due anni. Si sono battuti per imporre la mia presenza sui banchi di una scuola che insisteva nell’escludermi. A sei anni accetto di combattere contro me stesso, contro le mie inibizioni e i miei blocchi. Vedo con chiarezza che mi è impossibile vivere in questo mondo sotto la mia vera identità.

« Mamma, Julien è morto. È sepolto sotto la terra nera. Voglio un altro nome. »

Mamma mi propone di chiamarmi « Hugo ». Da Julien passo a Hugo, un personaggio che sarà perfettamente in grado di padroneggiare i codici della società e di giocare con essi, perché ho capito che è questione di vita o di morte. Lentamente ma con determinazione prendo il potere assoluto del mio regno, ne divento l’imperatore.
Gli anni della scuola sono stati confusi, per me era solo una prigione in cui contavo i giorni. Dall’età di 15 anni sono riuscito a camuffare la mia diversità, a non farla percepire. Questa corazza mi proteggeva dalle sofferenze, dalle derisioni e dalle stigmatizzazioni che avevo dovuto subire da parte di alcune persone e dalla pietà che invece ispiravo ad altre. Questa maschera, che comportava fingere una certa forma di normalità, mi fece sprofondare, per altri quindici anni, in un altro silenzio. Il silenzio interiore sul mio passato che sotterravo fino quasi a dimenticarlo. Lo nascondevo nella parte più profonda di me e non ne parlavo con nessuno.

Finché il peso di questo segreto è diventato insostenibile. Era tempo di parlare, di gridare, di gettare sulla carta le parole che mi si affollavano in testa. Quelle parole che dovevano uscire per raccontare la mia storia. Mi sono ritirato in isolamento per scrivere. Due settimane dopo ero di ritorno con un manoscritto.
In 15 giorni ho scritto tutto quello che ho taciuto per 30 anni.