Ognuno ha i suoi modi per sentire/capire che una lettura è stata speciale, che lo ha toccato in qualche modo. Insomma che un libro gli è piaciuto.
Io ne ho diversi e ricorrerò ad alcuni di essi per spiegare perché mi è piaciuto immensamente "La fragile costellazione della vita" di Anthony Marra (LFCDV).

1) Ci sono letture che mi spingono oltre i bordi della pagina verso altri libri: sono il punto di partenza per ulteriori percorsi nella Foresta Incantata dei Libri. Che libri voglio, anzi devo assolutamente leggere dopo LFCDV? Be' di sicuro Chadzi-Murat di Tolstoj, un romanzo che ci porta indietro nel tempo a vedere alcune delle radici del conflitto tra impero russo e ceceni. Poi dovrò rileggere il bellissimo "Di fronte all'estremo" di Tzvetan Todorov, saggio nel quale il filosofo bulgaro-francese esamina con la sua pacata e sconvolgente lucidità quali sono i comportamenti morali possibili degli individui in situazioni estreme, fornendoci alcune interessanti riflessioni su idee inflazionate e poco mature quali "eroe ed eroismo".
(Per concludere - naturalmente - mi sono comprato diversi libri sulla storia recente e no della Cecenia e delle Repubbliche del Caucaso).

2) Il rapporto con la pagina è stato parecchio conflittuale. Come capita in molte situazioni, i rapporti più profondi e importanti sono quelli che nascono nel conflitto. All'inizio questo libro non mi convinceva, mi lasciava dubbioso: "che c'azzecca un giovane americano con la Cecenia? E poi, basta, l'ennesima storia di atrocità...  Ho appena riletto "Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie" di Gourevitch in occasione dei 20 anni del genocidio ruandese... Basta! Che si può dire di nuovo su 'sta roba? E poi, ancora una bambina in mezzo al caos?" Insomma all'inizio la lettura è stata un combattimento. Ne sono uscito gloriosamente sconfitto. Cavolo se ce n'è di roba qua dentro! Come solo i grandi scrittori sanno fare Marra ci ha raccontato l'ennesima storia di guerra e atrocità come se fosse la prima volta. E con una ricchezza di particolari (spesso terribili) che illuminano appieno la feroce profondità degli abissi che una guerra sempre porta con sé (alla faccia delle guerre "chirurgiche"): il carico di miserie umane che devastano le vittime ma anche e soprattutto i carnefici, la magica capacità umana di trovare lembi di senso e di "sacro" anche in fondo a una discarica. L'umanità, la terribile umanità anche dei comportamenti che ci ostiniamo a chiamare in modo consolatorio "disumani".

3) Finito di leggere LFCDV posso dire di essere diverso dalla persona che ero quando ho cominciato a leggerlo. Non solo perché me lo sono centellinato per settimane, ma per alcune profonde intuizioni che sono presenti nelle vene di questo romanzo.
Una delle cose che mi fecero innamorare ai tempi di David Foster Wallace (DFW) era la sua straordinaria capacità di estrarre verità inattese e profondissime da frasi che alle nostre orecchie suonavano come luoghi comuni. Come dimenticare il modo in cui DFW trasforma in "Infinite Jest" i 12 Passi degli Alcolisti Anonimi in altrettante affascinanti, struggenti analisi dell'animo umano? Ecco proprio questo meccanismo agisce in profondità anche in LFCDV. A partire da domande "che cos'è una famiglia? Cos'è un padre? Cosa significa essere sorelle? Essere figli?" per giungere alla maestosa definizione che della vita da un manuale di medicina: "Life: a constellation of vital phenomena - organization, irritability, movement, growth, reproduction, adaptation." Tutto il libro è una emozionante meditazione su questa frase.
Parole che mastichiamo in modo poco consapevole da decenni improvvisamente si animano di vita propria e ci restituiscono un mondo diverso da quello in cui camminavamo fino a ieri.

Ancora due particolari (tra i 1000 che dovrei citare, per finire - inevitabilmente - col trascrivere l'intero romanzo):

1) la descrizione della vita dei prigionieri della Discarica è pura magia, c'è dentro tutto e la disperazione di uomini destinati alla tortura e alla morte si trasfigura, non per un facile gioco di redenzione, ma perché anche la disperazione umana ha profondità e aspetti che difficilmente siamo in grado di vedere, di scandagliare, di capire.

2) la figura di Ramzan è indimenticabile. Per la prima volta ho avuto la piena sensazione di "entrare" nella mente di un cosiddetto traditore e collaborazionista e di capirla, ma non dall'esterno, di diventare lui. Una "grazia" che solo alcune letture ci regalano è quella di allargare la propria comprensione piena del cosiddetto Altro (che di solito poi siamo noi). Anthony Marra regala anche questo al suo lettore.

Insomma un libro bellissimo, che andrà riletto negli anni a venire.
Ma e la trama? E i personaggi? E cosa succede?

1 giugno 2014