Esce domani in libreria e in ebook il thriller di Marina Visentin, La donna nella pioggia. Francesca Lang, editor del libro, ha rivolto alcune domande all'autrice . Pubblichiamo l'intervista in anteprima  per i  nostri lettori.

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La vita di Stella, quasi 40 anni, è apparentemente quella che molte donne desiderano, un ottimo lavoro, un marito, due figlie, una bella casa. Ma nasconde una crepa che pagina dopo pagina cresce fino a far crollare il muro. Che cosa causa il crollo, un passato imperfetto o un presente troppo perfetto?

Entrambe le cose direi. Il passato di Stella è ampiamente imperfetto, segnato da mille segreti, bugie, drammi, dolori, ancora prima che lei nascesse. Ha perso la madre da bambina e non ha mai conosciuto il suo vero padre, è cresciuta con un padre adottivo che ha cercato di nascondere tutte le crepe sotto l’intonaco di una vita tranquilla, un’esistenza al riparo da ogni scossa.

E in fondo Stella, nella sua vita da adulta, nella scelta del marito, nella costruzione di un certo modello di famiglia, non ha fatto che replicare un’idea di perfezione e di felicità in gran parte fondata sul non detto, quando non addirittura sulla menzogna.

Stella crescerà, si libererà delle catene che stavano per soffocarla solo nel momento in cui riuscirà a fare i conti con l’imperfezione, di sé stessa e del mondo.

Quando Stella comprende di aver costruito la sua identità di donna su ricordi fasulli, sente di non conoscere più sé stessa. Per te noi siamo la somma dei nostri ricordi?

Non proprio. Noi siamo il racconto dei nostri ricordi, quindi molto più di una semplice somma. La mia identità è – inevitabilmente – il risultato di tutto ciò che è accaduto nel passato, sia a me personalmente sia alla mia famiglia, compresi eventi accaduti anche molti anni prima della mia nascita. Però tutti questi ricordi non sono semplici mattoncini da mettere uno sull’altro, uno accanto all’altro. La pura e semplice somma di ricordi, miei o altrui, non fa un edificio. Soprattutto non fa un edificio dotato di senso. Per individuare questo senso, come un filo rosso che lega insieme ricordi diversi – ed epoche e luoghi e persone differenti – bisogna uscire dal quadro e guardarlo da fuori. E provare a raccontarlo. La voce di Stella in questo romanzo è proprio questo: una voce che racconta, in prima persona, e attraverso questo racconto ricostruisce – lentamente, dolorosamente – la propria identità.

Come hai ricostruito gli anni Settanta? Che cosa sentivi l’esigenza di raccontare?

Più che la ricostruzione d’ambiente, mi interessava affrontare certi aspetti etici e politici di quell’epoca. Gli anni Settanta nel mio romanzo sono gli anni del terrorismo in Italia, quindi degli attentati e delle stragi. Visti però dal punto di vista di una persona – la mia protagonista, nata alla fine degli anni settanta – che quell’epoca non l’ha vissuta, e non solo: non la conosce, non ci ha mai riflettuto sopra, non ha mai pensato che in qualche modo potesse riguardarla. E il suo sguardo ha quindi un’ingenuità, un’immediatezza di cui avevo bisogno per affrontare un tema che mi sta a cuore da un punto di vista etico, più che politico.

Com’è stato scrivere un romanzo di forte suspense dopo le tue altre esperienze editoriali, legate soprattutto al mondo della saggistica?

Qualcosa di liberatorio, direi. Dopo tanti anni passati a usare la penna (anzi, il computer) per scrivere saggi, articoli e recensioni, nel mio lavoro quotidiano di giornalista e saggista, utilizzando insomma la scrittura come strumento razionale, discorsivo, argomentativo, non te la ricordi quasi più la felicità di scrivere e basta. Di inventare mondi, di creare storie e personaggi. Di iniziare una storia senza sapere bene dove andrà a finire.

La donna nella pioggia non è la mia prima esperienza narrativa, però è la prima di così ampio respiro, dopo una lunga serie di racconti e un breve romanzo noir.

Esperimenti diversi, ma il filo che li lega tutti è proprio la suspense. Un meccanismo della narrazione che io ho sempre amato molto, anche e soprattutto come lettrice, perché funziona come una sorta di lente di ingrandimento, che ti consente di vedere meglio, di scavare nelle situazioni e nei personaggi, e al tempo stesso mantenere alta la tensione, catturare l’attenzione, trascinare dentro il lettore.

Quanto i tuoi studi di Psicologia hanno influito sulla costruzione dei personaggi di questo romanzo?

Io ho studiato Filosofia e Psicologia e certamente viene da lì l’interesse per i meandri della mente umana, per quello che c’è di profondo e di oscuro dentro di noi, di non risolto e forse irrisolvibile.

Da lì viene la mia passione per un certo tipo di narrativa, che certamente flirta con i generi – dal thriller al giallo al noir – ma nei suoi esempi migliori è capace di andare al di là di cliché e meccanismi per scavare più in profondità. Per andare alla ricerca di qualche verità sul senso della nostra vita. Verità provvisorie, certo, ma non per questo inutili.