Prima Dante, poi Caravaggio, adesso Leonardo. Qualcuno potrebbe sospettare che provo una certa attrazione per il genio, nella fattispecie italico. Ebbene sì, lo ammetto. Se guardo una partita di calcio, senza le invenzioni di un geniale numero dieci mi annoio terribilmente. Dei tre geni di cui mi sono occupato finora (un genio della lingua, uno della pittura e il genio universale per definizione) si potrebbe dire che rispondono a un’unica matrice psicologica: il genio italico, a quanto pare, attecchisce ai margini delle élite, è un out-sider per definizione, appartiene a una piccola nobiltà che naviga in cattive acque, come Dante, peraltro orfano precoce di madre e di padre, è figlio di un artigiano che lavora per una ricca famiglia del ceto magnatizio o, come Leonardo, è figlio di un ricco borghese che lavora anche per i Medici, ma naturale e mai legittimato. Lasciate perdere il quoziente intellettivo e le predisposizioni genetiche, il movente psicologico del genio italico è sempre lo stesso: un bisogno spasmodico di farsi accettare nei salotti buoni, una pressante ansia di riconoscimento. La storia del genio è quasi sempre una storia sofferta di emarginazione ma, e questo è il dato che più mi affascina, è anche quella di una risposta positiva, creativa, di talento a quello che risulta essere il dramma di tanti esseri umani. Il genio non cede al rancore, al risentimento o, se come Dante o Caravaggio se ne lascia talvolta trascinare, li traduce sempre in un sublime gesto creativo: in musica potente o in vibrante chiaroscuro.

Tra tutti, Leonardo è il genio più pacato, il furore non gli appartiene, è un esteta raffinato e vegetariano: un paio di volte si arrabbia, ma raramente si scompone. Più spesso se ne va. Accigliato, riflette. Ci sono cose molto più importanti delle beghe tra i suoi undici fratellastri sull’eredità o tra i prìncipi italiani per il possesso di una rocca inutile sull’Appennino. Lui ha altro a cui pensare: il senso dell’esistenza, i segreti della natura, la bellezza e il logorio di tutti i processi vitali.

Così lo vediamo attraversare un’Italia in fiamme, sull’orlo del default, con l’aplomb di un gentleman inglese dell’età vittoriana. I prìncipi per cui lavora cadono l’uno dopo l’altro, lui ne esce illeso, sempre pronto a ricominciare da un’altra parte. Gli altri soccombono alla crisi, lui sopravvive; gli altri si impegolano in beghe meschine e defatiganti, lui giganteggia. A che pensa?

Si pone domande, infinite domande che si fanno in pochi ai suoi tempi. Una mi piace più di tutte, e dà il senso dell’uomo: «Perché la luna non cade?». Una domanda semplicissima, che però basta a far vacillare il castello di carte tolemaico e aristotelico cui erano ancora molto affezionati gli uomini del suo tempo. Che la luna sia un corpo pesante e la terra il centro della gravità universale, intuisce Leonardo, sono due proposizioni che si contraddicono. E forse c’è un solo suo contemporaneo a porsi lo stesso dubbio: Niccolò Copernico, che in quegli stessi anni frequenta l’università di Padova. È un polacco, ma cosa cambia?

È il Rinascimento italiano, bellezza!