Conosco la furia dell’acqua e la sua ferocia. Conosco la dipendenza dal cellulare. Conosco gli effetti di un amore malato. Conosco il grigio che colora quasi tutti i veri protagonisti della vita. Quattro elementi che, messi insieme, fondano le basi di Io so chi sei. Mi serviva una città con un fiume splendido ma terribile, da guardare senza avvicinarsi. La scelta di Firenze è stata strategica, perché doveva essere ugualmente lontana dal luogo di nascita di uno dei protagonisti e dal luogo dove si consumerà il finale.

L’idea di una vicenda in cui un cellulare sconosciuto fosse protagonista l’ho avuta anni fa, immaginandolo come veicolo ideale per delle minacce. Poi quest’idea si è agganciata spontaneamente a quella di un altro romanzo che stavo scrivendo. Lì esploravo, tra l’altro, molte deformità dell’amore. E mi sono detta: “Perché no? Posso mettere le due storie insieme, posso fare che si sfiorino.”

A questo punto non mi rimaneva che trovare la protagonista, ed è stato allora che, modellando Lena, mi sono resa conto che agivo per sottrazione. Le toglievo, cioè, quelle caratteristiche canoniche che ci si aspetta da un’eroina. Chi ha mai detto che per vivere da protagonista una storia sia necessario essere forti, di personalità marcata, coraggiose? Non è forse vero che la realtà è popolata di ignavi? Da questa riflessione è nata una donna debole, incapace di reagire, schiava delle storie che si racconta, in cerca perenne di aiuto e sostegno. Lo troverà in un altro protagonista. Ma se la Bella è fragile e incapace, dal mio punto di vista era inevitabile che al suo opposto, nel ruolo dell’eroe, si ritrovasse una Bestia.