In occasione dell'uscita del nuovo romanzo Coordinate d'Oriente abbiamo fatto qualche domanda ad Alessandro Perissinotto, autore de Le colpe dei padri, libro finalista al Premio Strega 2013.

Dopo Le colpe dei padri, un romanzo che tratta il tema del lavoro in Italia, hai voluto raccontare una storia per molti aspetti diversa. Ma ancora una volta il lavoro è uno dei temi fondamentali. Vorresti parlarne?

Io sono cresciuto accanto alla Fiat e dentro la Fiat; l'orizzonte che descrivevo in Le colpe dei padri era quello. Presentando il romanzo in giro per l'Italia ho però incontrato molti imprenditori e molti tecnici che mi hanno parlato dell'universo industriale in Cina e sono rimasto affascinato dai loro discorsi. In Coordinate d'oriente racconto il lavoro italiano in quel paese, provo a coglierne le eccellenze e le contraddizioni, le opportunità sociali e i grandi sfruttamenti. Per certi versi, il nuovo romanzo continua il ragionamento avviato con quello dello scorso anno.

Ci hai raccontato in passato il tuo modo di costruire le storie che racconti: partendo da una serie di fotografie che scatti e a cui ti ispiri. Anche per Coordinate d’Oriente è avvenuta la stessa cosa? Che immagini ti hanno ispirato?

Per questo romanzo, ancora più che per gli altri, le fotografie sono state importantissime. Sono partito per Shanghai avendo chiara nella mia mente una storia da raccontare, un protagonista e la sua vicenda. Ma le mie storie sono sempre corali e la voce di questo coro nasce proprio dai fotogrammi che ho catturato in Cina e che ho guardato e riguardato mille volte durante la stesura del romanzo: istanti di vita quotidiana, di gente comune, soprattutto di quelli che sembrano esclusi dai benefici della grande esplosione economica cinese. Immagini di mercati, di serpenti uccisi e grigliati in strada come spuntino, di uomini e donne che trasportano carichi impensabili a bordo di tricicli o scooter malandati. E, naturalmente, immagini di fabbriche, di quelle che si mostrano agli occidentali e anche di quelle che non si vorrebbero mostrare.

Pietro e Jin, un imprenditore italiano di successo e una donna delle pulizie cinese. Due mondi opposti, eppure qualcosa li accomuna. Che cosa è così forte da abbattere le barriere della distanza e della differenza?

Ad avvicinarli sono due parole che, purtroppo, rimano tra loro, ma che, nella loro purezza, non ammettono sinonimi: amore e dolore. Da prima è un comune dolore (ma non diremo quale) a farli conoscere, poi sarà amore, ma non per sempre, non una volta per tutte.

Nel romanzo Shanghai pare quasi un personaggio come Pietro e Jin, e la descrizione dell’esistenza da espatriato è vivida. In quest’epoca di istantaneità della comunicazione e di conoscenza che deriva per lo più dalla rete, l’altrove ha cambiato significato? Ha ancora un valore?

È sempre più difficile trovare luoghi e paesaggi che ci restituiscano il senso dell'altrove: i centri commerciali sono uguali in tutto il mondo, le vetrine espongono gli stessi prodotti, si ascoltano le stesse canzoni e si vedono gli stessi film. Eppure, a Shanghai, basta uscire un attimo dal modernissimo ed elegante centro per imbattersi in zone sospese sul filo del tempo. L'altrove esiste, a volerlo cercare.

E poi ci sono gli "espatriati" i lavoratori italiani, tedeschi, americani, che vivono la Cina con un senso dell'altrove ancora diverso, con la provvisorietà di chi abita un luogo per qualche anno e non ha la possibilità di farne una patria. Non sono più gli emigranti di un tempo, ma persone di alta qualificazione, che vivono in quartieri quasi riservati agli occidentali, in una separazione netta dal resto della città. Coordinate d'oriente è anche un romanzo sull'impenetrabilità di questi due mondi.

Sulla copertina del libro c’è una donna che suona il pianoforte, forse si tratta proprio di Jin. Che importanza ha per te la musica? A chi si ispira la protagonista del libro?

Circa un anno fa, ho incontrato una pianista cinese, una concertista fenomenale. Si chiama Jin, come la protagonista, ma non posso dire che il mio personaggio sia ispirato a lei; confesso però che se la vera Jin non mi avesse raccontato alcune straordinarie storie sulla musica in Cina ai tempi della Rivoluzione Culturale, forse il romanzo non sarebbe nato.

Nel romanzo racconti l’Oriente, la Cina e le sue contraddizioni, da cui Pietro Fogliatti è attratto e respinto insieme. Cosa lo ha spinto ad andarci? Cosa ci spinge a cercare “l’avanposto”?

Il mito dell'avamposto sperduto ai confini del mondo conosciuto, il mito della frontiera sono saldamente radicati nel nostro immaginario. Esiste una vasta letteratura, da Conrad a Levi-Strauss, sulle vicende degli occidentali che si spingono oltre i confini della loro civiltà e si fondono con la civiltà che li ha ospitati. Pietro Fogliatti potrebbe essere uno di questi, ma del suo destino nessuno sa nulla: il romanzo è la ricerca di questo destino.