Aldo Pagano ci presenta il suo libro "Motivi di famiglia" attraverso un'intervista dell'editor Francesca Lang.

La protagonista del tuo romanzo, un giallo ambientato a Bari, è una donna. Un pubblico ministero con un passato doloroso e una inusuale dose di empatia. Come mai hai scelto un personaggio femminile?

Tu ormai conosci bene Emma e sai che non è il tipo da lasciarsi scegliere. É lei che si è imposta, nel senso che è il personaggio che ho trovato alla fine di una lunga crisi personale, un personaggio che è sintesi di tre donne che ho molto amato eppure ho perso per strada. Credo che il mio sia stato il tentativo, all’inizio del tutto inconscio, di capire queste tre figure per me centrali, di scoprire dove fossero i bivi decisivi che avevano separato i nostri percorsi, di non accontentarmi della banalità del tempo che passa e cambia ognuno di noi. In questo senso, il passato doloroso di Emma è il mio passato doloroso e il suo desiderio, per molti versi masochistico, di cercare a fondo la realtà delle cose ricalca il mio patologico rifiuto di verità immutabili. Resta la sua dose di empatia, che anche per un paio di mie amiche magistrato è inusuale, ma è un’empatia che Emma non esteriorizza mai: c’è, fa parte del suo passato sofferto, e lei prova a cancellarla riuscendoci, però, solo nei confronti del mondo esterno.

Il mondo dei ragazzi, dai 16 ai 20 anni, è molto presente nel tuo romanzo. Da un lato la prima vittima e poi i testimoni dell’omicidio. Tutti hanno un modo di parlare molto rispondente a quello reale delle nuove generazioni. Come sei riuscito a rendere così bene linguaggio, gestualità e caratteristiche così particolari?

Ascoltandoli senza giudicarli, innanzitutto, e poi con un’attenzione maniacale ai particolari. Ho intervistato un bel po’ di ragazzi, più volte, in tutta Italia, scegliendoli diversissimi fra loro. All’inizio mi era sembrata una buona idea programmare una specie di scaletta di domande, fondata sul lavoro di documentazione con cui avevo voluto analizzare il tema dell’adolescenza –  quindi articoli, saggi e pareri raccolti sentendo professori e psicoterapeuti, ma anche vedendo programmi e serie televisive; poi, quando ho cominciato a incontrarli, questi ragazzi hanno naturalmente sconvolto tutto ciò che avevo studiato in teoria e a quel punto ho preferito seguire il loro modo di vedere il mondo e di vedersi nel mondo, affidandomi alle domande solo per le questioni di
slang giovanile e per approfondire alcuni fatti del romanzo per come si andava sviluppando.

Il titolo, Motivi di famiglia, non fa immediatamente pensare a un thriller, spesso è la giustificazione dei ragazzi per non andare a scuola. E forse per questo è così efficace, per spiegare quanto i segreti possano essere bene celati all’interno del nucleo familiare. Quanto era importante per te raccontare la dimensione familiare come rifugio/trappola?

Più che importante, era forse per me addirittura indispensabile descrivere la trappola della famiglia come la intendiamo nel nostro Paese. E così lascio che ogni personaggio, ma proprio ognuno, esprima la propria idea di famiglia, e ne esce un’istituzione ipocrita e totalmente incapace di esercitare il ruolo che dovrebbe svolgere socialmente, e cioè quello di cellula propedeutica alla formazione di una comunità solidale. Sono appena trascorsi sessant’anni, e inutilmente, dal familismo amorale di Banfield e la situazione è peggiorata: la logica del clan ha definitivamente abbandonato l’ambito familiare infettando la società intera, contrapponendo violentemente una supposta normalità a tutto ciò che è diverso. E trovo francamente grottesco ogni richiamo alla sacralità
della famiglia, dato che è all’interno di quella autentica gabbia che si sostituisce il concetto sociologico e dinamico di ruolo con quello immobile di status, e si programma il peggiore dei delitti e cioè il tentativo di ridurre i progetti in
divenire, e quindi potenzialmente infiniti, dei figli sulla base dell’esperienza vissuta, e dunque finita, dei genitori.

Accanto all’indagine che segue Emma Bonsanti, affronti tematiche di un certo rilievo anche dal punto di vista etico. Pensi che la cornice del giallo possa facilitare la comprensione o il dibattito non strettamente di intrattenimento?

Al di là del genere, non riuscirei a scrivere niente che sia solo di intrattenimento. Questo, ovviamente, non significa sottovalutare l’importanza del puro intrattenimento quanto dichiarare un mio limite. I miei romanzi sono naturalmente pieni di personaggi che pensano esclusivamente agli affari propri, ma in entrambi Emma si trova davanti a questioni che riguardano il sociale: il giornalismo scientemente bugiardo, attraverso quelle che lei definisce “narconotizie”, nel primo; e il tema del fine vita, nel secondo. Ora io non voglio scomodare Antigone, per carità, ma Emma affronta queste due emergenze etiche sapendo che per affermare una legge civile superiore, che è quella della libertà, dovrà lottare contro il potere che quella libertà vuole negare, annegandola
nell’ignoranza e nell’indifferenza. E allora da questo punto di vista sì, penso che un personaggio che indaghi alla ricerca della verità possa anche facilitare la comprensione di un problema etico.

A parte la protagonista, che nelle luci e ombre con cui sei riuscito a tratteggiarla è un personaggio davvero riuscito, quale personaggio preferisci tra tutti e a quale pensi di aver affidato una parte di te?

Io sono una persona piena di contraddizioni, e quindi in ognuno dei miei personaggi c’è qualcosa di me. Per dire, mi ritrovo sia nel sereno formalismo del vecchio procuratore capo di Emma, Benzi Branciani, che nell’arroganza spontanea di Strippoli, il suo successore. Sono perciò visceralmente legato a tutti loro, ma ai peggiori ammetto di esserlo di più perché fanno parte del mio lato oscuro e rappresentano il mio tentativo di analizzare le pulsioni che li originano e le dinamiche che li conducono. Fa eccezione Lorusso, il poliziotto che collabora con Emma nelle indagini, che non somiglia a nessuna delle mie sfaccettature caratteriali perché è il risultato della sintesi di alcuni miei amici inconsapevoli ai quali invidio peraltro la stessa qualità tipica di Lorusso, la leggerezza.

Bari è stata una delle città in cui hai vissuto. È stato facile ambientare un giallo in un posto che conosci bene o avresti preferito la libertà di un luogo immaginario?

In effetti, il mio primo romanzo era ambientato in un luogo immaginario, Balbenna, che riassumeva le due città del Sud a cui sono legato maggiormente: Palermo, per esserci nato, e Bari, in cui ho vissuto l’adolescenza. Balbenna era quindi un luogo dell’anima, oltre che immaginario, un groviglio pieno di quelle contraddizioni mie personali che non riuscivo a rappresentare in un’unica città; era, se vogliamo, una città ferma al passato nella mia memoria e quindi non poteva essere reale. Ecco, questo passaggio non è stato per niente facile. Una volta accettate le mie contraddizioni, tuttavia, ho potuto rinunciare anche allo schermo di Balbenna e quindi tornare a Bari con Emma e descrivere una città profondamente cambiata e in costante cambiamento, al punto che ho cominciato a immaginare per il futuro di rendere in atto alcuni progetti in cantiere, come l’interramento della ferrovia, di cui Bari avrebbe grande bisogno.

Tra pochi giorni uscirà, per ora in digitale, la nuova edizione del tuo primo giallo, La trappola dei ricordi, sempre con protagonista Emma Bonsanti. Il nodo attorno al quale ruota la vicenda sono i ricordi del titolo?

Esatto, sono i ricordi personali di Emma che s’intrecciano a una trama profondamente ancorata alla memoria collettiva, sia nazionale che barese, che ripercorre gli ultimi trent’anni di storia. In entrambi i casi si parla di ricordi come ricostruzioni di realtà che hanno causato eventi sui quali indaga Emma, sia nel suo privato di donna che come pubblico ministero, e quindi ricordo non come nostalgia verso un passato irrimediabilmente perso ma come strumento per comprendere il presente.

Chi sono i tuoi maestri? Sia nel mondo letterario che in quello cinematografico.

Tantissimi, e provo a rubare qualcosa a ognuno di loro, ma proprio perché sono tantissimi ti rispondo solo con i primi quattro che mi vengono in mente nell’ambito del thriller, e cioè Izzo e Fregni per il tratto sociale delle loro storie e Piñeiro e Scoppettone per l’ironia. Per ciò che riguarda il cinema, penso alla freddezza agghiacciante del Villeneuve di Sicario e alla torrida precisione con cui Kasdan descrive quel Brivido caldo.