Nel suo nuovo romanzo, Piovono mandorle, Roberta Corradin ci conduce in un viaggio giallo che, come la Sicilia, è profumo, sapore, leggenda, mito, e molto di più. Ce lo racconta meglio in questa intervista con Francesca Lang, la sua editor.

 

Piovono mandorle è ambientato in una parte della Sicilia, quella sud-orientale, piuttosto nota, soprattutto ultimamente. Perché l’hai scelta?

Perché è bellissima. Questo lembo estremo di Sicilia ha tutto: arte, cultura, storia, natura, vini, cibi, cucina. La qualità della luce e dei silenzi dei paesaggi iblei è assoluta. Da oltre dieci anni questa terra sospesa tra la montagna e il mare continua a stordirmi con quotidiane overdosi di bellezza. Le dovevo un omaggio.

Il tuo è un romanzo corale, molti i protagonisti, dalla commissaria a diverse presunte (o reali) colpevoli dell’omicidio, alla vittima stessa. Come mai hai scelto di affidare a più voci questa narrazione?

Walt Whitman diceva “contengo moltitudini”. A me è piaciuto provare a frammentarmi dentro tutti i miei personaggi, anche quelli che assolutamente non approvo, che anzi trovo disdicevoli. Ho provato a respirare dentro di loro, ad essere loro. Una grande esperienza umana prima ancora che di scrittura.

C’è un personaggio in particolare a cui senti di aver affidato un pezzo della tua storia?

Flaubert diceva “Madame Bovary, c'est moi”. Io ti dico: tutti i miei personaggi sono io. Ognuno di loro mi ha donato qualcosa di sé e ha avuto qualcosa in corredo da me: Amanda condivide alcune mie esperienze professionali, la commissaria Maria Gelata condivide la mia passione per il mito greco, Katherine usa la cucina per esprimersi, Xenia e Elena… no, vado troppo sul personale. Ma posso dirti che Don Rino U' Cosabeddaru è il mio amato corifeo.

Leggendo “Piovono mandorle”, ci si ritrova immersi non solo nei luoghi, ma nei profumi, i sapori, le leggende, le tradizioni di questa parte della Sicilia. Come sei riuscita a conoscere così a fondo questo mondo, pur non essendoci nata?

Se credessi a quel che si dice sulle reincarnazioni, ti direi che in una vita precedente sono stata qui. Solo quando sono qui sento che si ricuce uno strappo della mia esistenza. Ma non lo so spiegare. Il risultato è che mi affascina tutto della cultura di questa terra. Dai biscotti alle parole. Mi affascina quel senso di spocchiosa risposta alla morte e insolente affermazione della vita che c'è nell'architettura barocca da Modica a Scicli, da Noto a Ragusa.

Gli “attori” di questo romanzo sono tanti, come abbiamo detto, ma soprattutto di provenienze molto diverse, dipingono una spaccatura tra il nuovo e il vecchio, tra tradizione e innovazione. È questo per te la Sicilia oggi?

Sì. Lo vedo accadere sotto i miei occhi. Scicli, per esempio, oggi è meta di artisti da tutto il mondo che l'hanno scelta non per stare in vacanza ma per vivere qui.

La commissaria a cui viene affidata l’indagine crede che ogni crimine si possa spiegare con un mito, nella mitologia greca infatti è racchiuso per lei ogni possibile comportamento umano, anche il più abbietto. Da dove nasce questa sua passione? È una convinzione che condividi?

Mi hai stanata. La passione di Maria per il mito nasce dai miei studi classici, che nel romanzo condivido con lei. Ciò che mi ha sempre affascinata, del mito greco, è la plasmabilità e la versatilità di una cultura (ma vorrei dire coltura) comune che ha generato una staffetta tra gli autori classici prima, e nei secoli poi. Il mito greco ci spiega in modo tollerabile, parlandoci degli dèi, ciò che riguarda gli abissi più insondati di noi stessi.